mercoledì 25 maggio 2016

Sul monte degli dei (il Duca)

Spiaggia semi deserta, il mare si stiracchia sulla sabbia col suo fruscio silenzioso, mentre gli ombrelloni vuoti fanno compagnia alle sdraio bianche. Coste greche, mare Egeo, posto inusuale per quattro alpinisti con un sogno in testa.
C'è chi fa il bagno, chi sorseggia una birra, chi sgranocchia noccioline. Nell'aria c'è una tranquillità cercata e quel sogno, quell'identico sogno.
Il mito narra che i giganti venuti dalle viscere della terra hanno preso d'assalto la dimora degli dei, il monte Olimpo. Lassù c'è il dominio del mondo, l'immortalità, ma anche l'armonia e la bellezza. Lassù c'è la risposta ad un desiderio che si è destato nel cuore dei giganti, nelle viscere dei titani.
Che cosa siamo venuti a cercare fin qua, su questa spiaggia, su quella montagna? Che  cosa speriamo di trovare? Perché con tutte le cime delle Alpi, le vie da percorrere, siamo proprio qua?
L'Olimpo racchiude una magia pazzesca, lo realizzo pienamente la mattina uscito dal rifugio, quando nei soliti gesti da montagna mi trovo davanti l'alba rossa sul mare. La picca affonda nel couloir, i ramponi fanno presa nella neve e la mano sfiora la roccia; alle nostre spalle il mare blu, le spiagge chiare, davanti a noi la cima dolomitica del monte degli dei.
Dalla pista dell'aeroporto l'Olimpo appare possente e incredibile, coperto dal suo manto bianco di neve. Quattro amici salgono sull'aereo lasciandosi alle spalle questo sogno realizzato, portandosi nel cuore un pezzetto d'armoniosa bellezza: il magnifico dono strappato agli dei.

lunedì 11 aprile 2016

Spedizione (Nives Meroi)

Una spedizione sono due mesi allo stato brado. Due mesi di libertà che ti regalano la possibilità di avere uno sguardo più distaccato della vita quotidiana, di vederla in una prospettiva diversa. Sono anche la possibilità di fare silenzio, di fare il vuoto dentro di te e lasciare entrare impressioni nuove. Una cosa che ho capito è che quello che cerchiamo è la Bellezza – di un paesaggio, di un momento, di un passaggio. Nasce così un senso di appartenenza a ciò che hai attorno e di cui senti di fare parte, e questo ti fa danzare le cellule del corpo. E’ qualcosa che abbiamo tutti in dotazione, e quando ritrovi quel gusto, lo riconosci. Il fatto di vivere in un mondo sempre più virtuale, fa sorgere il bisogno di toccare la realtà per sentire se stessi.

giovedì 7 aprile 2016

Una vacanza (il Duca)

Vacanza, ho fatto una vacanza: una vacanza tra dolomiti e Austria.
In campeggio, sì, ma non solo. Qualche rifugio, qualche notte qua e là, una notte in macchina. Una notte coi vecchietti della Repubblica Ceca che suonavano i loro strani strumenti sotto al cielo stellato, sotto alla parete rossa della Tofana di Rozes.
E’ stata una vacanza rock and roll.
Una vacanza resa felice dal ritrovo dell’acqua, dopo ore di cammino. Acqua in abbondanza che sul fornellino si è trasformata in un risotto ai porcini… da schifo. Però che si ricorda con tanto amore e un sorriso.
Una vacanza internazionale; al tavolo con un tedesco e due polacche e un dialogo in inglese maccheronico, fatto più da rumori che da parole. Però il gesto della valanga si è capito bene.
Un viaggio: in parte in macchina, molto a piedi, ogni tanto a quattro zampe. Sulla cengia di Ball, sulla cresta del Civetta, sul ghiacciaio del Glossglokner. Una bellezza costante che si fa fatica a lavare via dagli occhi, che rimane ben impressa nel cuore e nella mente. Una bellezza grande che a ripensarla sembra incredibile e a ricordarla suscita un’immensa nostalgia.
Un viaggio col solito amico, sulla Studlgrat, quando la carezza della roccia canta una famigliarità confortante. Quando la corda scorre che è un piacere, sempre più in alto, fino alla cima imperiale dell’Austria.
Un viaggio con nuovi compagni, trovati per strada, che parlano dialetti sinceri (perché a fare il muratore l’italiano non te lo insegnano) e poi scoppiano di gioia nel rincontrarti sul nevaio finale del Pelmo. Oppure amici per caso, con cui condividere una cima e poi una birra, mentre lui torna a casa e tu parti per la prossima salita.
Sono tanti i momenti belli di questa strada percorsa, a scriverli emergono uno dietro l’altro, come rovistando in cantina riemergono tesori che sembravano perduti. Ripenso al panino sulla veranda prima dell’Antelao, risento quel profumo di bosco e il sapore dello speck, quasi l’avessi in bocca. Ripenso alle nubi bianche che salivano dalla valle, mentre sulle placche mi lasciavo alle spalle la vetta del Civetta, canticchiando una canzone. Ripenso a quando sono tornato al rifugio e giratomi ho riguardato la parete salita, con una soddisfazione infinita, dandomi del pazzo. Poi la mia chitarra che strimpella nel bosco e la mangiata colossale con Lallo al rifugio.
Ripenso alla pizza concessa al campeggio sul fiume, al sorprendente arrivo in macchina al passo di Staulanza. Alla corsa scappando dal temporale, lasciando alle spalle la lussuosa Cortina.
Dove finiranno tutti questi momenti? Dove sono andati a nascondersi? Spariranno come lacrime nella pioggia o rimarranno come traccia nostalgica? La speranza è che siano le pietre con cui edificare ogni giorno, come i chiodi appesi all’imbrago.

lunedì 21 marzo 2016

Sky Walkers (Claudio Pesenti)


Il film girato e montato da Claudio sulla nostra spedizione al Khan Tengri del 2014. Il film ha partecipato a diversi festival di settore riscuotendo un discreto successo.

sabato 12 marzo 2016

Tre pensieri (il Duca)


Ci sono tre recenti episodi che si intrecciano nella mia mente:
  • Febbraio 2016, tranquillo week end con la morosa e gli amici ad Alagna, tra birrette, chiacchiere e passeggiate nel bosco. Eppure regna sempre una sorta di inquietudine nel mio animo.
    Lo so cos'è: sono quelle cime lassù. Sono il pensiero per le montagne che non ho ancora scalato e le vie che non ho ancora percorso. Sono le montagne li attorno, che incombono su di me anche se non le vedo, che si avvolgono nel cielo azzurro che è sopra alla mia testa, che sono eterne mentre il tempo sembra correre. Improvvisamente mi sento come se non avessi fatto abbastanza, come se avessi potuto fare di più. Percepisco di non aver dato tutto quello che potevo dare. E' un pensiero costante.
    La sera al Bar delle Guide guardo con Saad una cartina della zona, del gruppo del Rosa. L'amico mi chiede quali cime abbia salito tra quelle presenti e io mi trovo a fare un elenco lunghissimo, tanto che ad un certo punto smetto per ordinare un'altra birra.
    Mi viene allora alla mente la domanda posta da un compagno di scalata a Wielicki, che appena sceso dal Cho Oyu voleva risalirlo da solo il giorno dopo per una via nuova: “Krystof, che cosa stai cercando lassù?”.
  • Marzo 2016, ho finalmente risolto una grossa rogna al lavoro. Soddisfatto mi faccio un giro in centro, torno a casa e cucino uno dei miei piatti preferiti. Mangio ascoltando buona musica, con dell'ottimo dolcetto e un paio di grappe, poi stanco me ne vado a letto.
    Alle 2:00, in piena notte, inizia a suonare la sveglia del vicino; è così potente che sembra trovarsi in casa mia. La sveglia continua a suonare, imperterrita, terribilmente costante. Suona, suona, va avanti senza fine. Quel fottuto coso strilla tenendomi sveglio e a quanto pare non c'è nessuno di là che possa fermarlo.
    Non c'è verso di riaddormentarmi!
    Per cercare di allontanare quel maledetto ronzio squillante, mi caccio le cuffie nelle orecchie e accendo la musica. Nel buio della stanza, con gli occhio chiusi, mentre mi avvolgo nel piumone, mi sembra di ritrovarmi a molti chilometri di distanza, più di un anno fa. Anche allora stavo sdraiato con la musica che dalle cuffie cercava di riempirmi la testa e condizionare i miei pensieri, mentre si attendeva la mattina: ero al Campo Base del Khan Tengri.
    E così in questa notte, in questo momento, penso con nostalgia a quelle infinite e odiose ore, quando non si può fare altro che attendere. Si attende nel fastidioso freddo, nella scomodità di una tenda da campeggio su un ghiacciaio a 4000m; si attende pensando a chi si sta godendo il sole sulle spiagge. Si attende di partire e lottare per il proprio sogno.
  • Oggi; i Guns and Roses suonano Paradise City, sul computer passano belle ragazze che ballano. Le immagini si mischiano a quelle di creste, cime, neve e ghiaccio: si sta preparando il prossimo grande sogno.
    Sarà un sogno fatto da fatica, solitudine e pericoli, come al solito. Sarà un sogno nell'invernale del rifugio, mangiando dal fornellino, un sogno che si arriva a casa distrutti e che nessuno conoscerà mai fino in fondo. Un sogno che ha bisogno delle giuste condizioni ed è già fatto da attese e dubbi, ma anche (chissà perché?) da questa musica e queste splendide ragazze.
    Sarà un sogno che non basterà mai, ma che è intensamente desiderato e varrà quel che chiederà. Sarà un sogno che dopo ne richiederà subito un altro. Questo è certo.
Perché ora scrivo tutte queste cose? Semplicemente perché mi passano per la testa: la ricerca non è ancora finita. E non si sta parlando solo di montagna e alpinismo.

martedì 2 febbraio 2016

La doppia, la fatica e la bellezza (il Duca)

Muovo gli ultimi passi sulla cornice della cengia e mi infilo delicatamente sotto al roccione di granito, recuperando la mia corda rossa.
Sono stanco morto. 
Con movimenti lenti ma continui striscio sul bordo superiore del camino, percorro la stretta fessura appoggiando le punte dei ramponi sulla roccia ruvida e mi attacco al chiodo. Sotto di me le placche precipitano verticali, mentre infilo la corda nell’anello e inizio a doppiarla.
Ormai ci sono, il cielo si è completamente annuvolato e io sono li. Attaccato alla roccia con la mano sinistra, mi dondolo nel vuoto e lancio la corda verso il basso: le spire rosse si srotolano nel camino di granito e neve fino a tendersi. Ora sono pronto a scendere.

Nella sala colloqui il genitore dell’alunno guarda preoccupato il preside, mentre il ragazzo si tiene la testa con la mano sinistra. I suoi occhi sono velati, quasi che quello che viene detto non lo riguardi.
Io vorrei direi qualcosa, ma non mi esce niente, niente che non sembri già ripetuto mille volte. Nessun ragionamento che non abbia già fatto con quel ragazzo per convincerlo che sta buttando via la sua vita. L’unica cosa che mi viene in mente è quella doppia di ritorno dal Ligoncio. 
Ripercorro con la mente quello che è successo prima: la notte al bivacco, nel buio gelido di fine autunno. I passi nella neve fonda sulla spalla superiore, prima dell’ultima parete, quando mi sono accasciato sulla piccozza con le gambe spompe. E poi l’ultimo passo di rampone, il passo con cui mi sono finalmente affacciato al di sopra della cornice terminale e ho scorto la croce, la cima.

Non so che cosa c’entri tutto questo con lo studente e il colloquio. Però vorrei che quel ragazzo potesse provare per un istante quello che io ho provato nell'attimo del lancio della corda, quando ci si appresta a scendere dalla parete con la tua montagna in tasca. Quando si prende coscienza che quella bellezza immensamente grande con fatica è diventata tua. Non di tua proprietà, ma tua, consapevolmente tua. Come tua mamma è tua mamma.
Quello studente probabilmente non diventerà mai un alpinista, né gli auguro di diventarlo. Ma come insegnante mi accontenterei di potergli trasmettere quella sensazione muta, quella nostalgia profonda per una bellezza assoluta a cui appartenere.
La fatica dell’alpinista altro non è che la faticosa conquista di questa consapevolezza.

martedì 26 gennaio 2016

Ladakh Expedition 2015


lunedì 18 gennaio 2016

High Hopes (Bruce Springsteen)



Monday morning runs to Sunday night
A scream slow me down before the new year dies
Well it won't take much to kill a loving smile
And every mother with a baby crying in her arms, singing
Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
I got high hopes
Got high hopes
I got high hopes

Coming from the city, coming from the wild
I see a breathless army breaking like a cloud
They're gonna smother love, they're gonna shoot your hopes
Before the meek inherit they'll learn to hate themselves
Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
I got high hopes
I got high hopes
I got high hopes

Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
Got high hopes
I got high hopes
Got high hopes

Tell me someone now, what's the price
I wanna buy some time and maybe live my life
I wanna have a wife, I wanna have some kids
I wanna look in their eyes and know they'll stand a chance

Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
Got high hopes
I got high hopes
Got high hopes

Got high hopes
I got high hopes
I got high hopes
I got high hopes

venerdì 8 gennaio 2016

Ricordando il 2015


mercoledì 25 novembre 2015

25 Novembre 2012 - Canale Foglia (il Duca)


Riporto la relazione della nuova via aperta da me e da Ale esattamente tre anni fa sulla parete Est del Pizzo della Forcola. La via è stata da noi valutata AD, ma con neve più abbondante le difficoltà potrebbero diminuire. E' probabilmente anche l'unica via che sale questa parete.

PREMESSA: Il Pizzo della Forcola è una montagna assai poco frequentata in una valle bellissima e poco battuta. L'idea di salire questo canale è nata ad Ale alcuni anni fa, osservando le bellissime stratificazioni rocciose della parete est e scorgendo la logicità di questa linea. Cercando sia in internet che (soprattutto) sulla GMI Mesolcina-Spluga di Gogna, da nessuna parte risulta una relazione di questa salita, quindi la nostra potrebbe anche essere una prima. Certamente questo canale (da noi battezzato Canale Foglia) merita di essere un classico delle valli sconosciute.

RELAZIONE: Lasciata l'auto a Voga (SO), presso il piccolo parcheggio in prossimità di un tornante, sfruttando le numerose scorciatoie saliamo in direzione dell'Alpe Dardano, dove termina la strada sterrata. 
Proseguiamo per il bel sentiero che velocemente raggiunge l'Alpe Buglio, quindi in falsopiano per un bellissimo lariceto ci inoltriamo nella valle per raggiungere, sul lato opposto, il bivacco Forcola, posto alla base dell'omonimo pizzo. 
Da qui, risalendo i pendii soprastanti e spostandoci leggermente verso destra, puntiamo alla base del canale (che dal rifugio appare come una rampa obliqua) e per pascoli e detriti appena innevati, raggiungiamo il cono di valanga ai piedi dell'intaglio. Poco sopra, finalmente attacchiamo il canale. 
La prima parte è costituita da un profondo solco roccioso, all'interno del quale abbiamo trovato ghiaccio vivo, quasi una cascata anche se non molto pendente (45°). A metà di questo solco, di circa 100m, si trova il tratto più delicato della via: un salto di una decina di metri (60°) costituito da placche di roccia coperte da un sottile strato di ghiaccio (comunque ben piccozzabile). 
Usciti dal solco, il canale si allarga mantenendo però sempre una linea evidente. Si continua a salire su pendenza pressoché costante, salvo in una strettoia dove l'inclinazione e il ghiaccio aumentano costituendo un passaggio un po' più tecnico. 
Il canale termina ad una selletta; da qui si risale di qualche metro la cresta a sud giungendo in vetta alla montagna (ometto). 

In discesa abbiamo percorso la cresta ovest che costituisce la via normale del Pizzo della Forcola. Il percorso è evidente anche se non segnato (se non per la presenza di un chiodo); siamo così scesi disarrampicando su salti di roccia mai difficili (max II) ma esposti. Individuato il primo canalino di neve percorribile, abbiamo lasciato la cresta scendendo nel vallone nord da cui abbiamo raggiunto il passo della Forcola. Per nevai e traccia di sentiero siamo quindi ritornati all'Alpe Buglio, e da qui alla macchina.