sabato 22 dicembre 2007

Non si vende la terra sulla quale la gente cammina




"Non si vende la terra sulla quale la gente cammina" Tashunka Witko (degli Oglala Sioux)

"Io sono soltanto un uomo. Sono la voce del mio popolo. Quali che siano i loro sentimenti, io dico questo: non voglio più la guerra. Voglio essere un uomo. Voi mi negate il diritto di un uomo bianco. La mia pelle è rossa; ma il mio cuore è come il cuore di un uomo bianco; ma io sono un Modoc. Non ho paura di morire. Non cadrò sulle rocce." Kintpuash (dei Modoc)

"Ho sentito dire che intendete metterci in una riserva vicino alle montagne. Io non voglio andarci. A me piace scorazzare nelle praterie. Lì mi sento libero e felice, ma quando ci stabiliamo in un posto diventiamo pallidi e moriamo." Satanta (dei Kiowa)

"Quando andai a Washinghton, il Grande Padre Bianco mi disse che tutta la terra comanche era nostra e che nessuno avrebbe dovuto impedirci di viverci. Così, perchè mi chiedete di lasciare i fiumi, e il sole, e il vento, e di vivere nelle case? Non chiedeteci di rinunciare al bisonte in cambio delle pecore. I giovani hanno sentito parlare di questo, e la cosa li ha rattristati e li ha fatti andare in collera. Non parlatene più." Parra-Wa-Samen (dei Comanche Yamparika)

"Io non voglio lasciare questo paese; tutti i miei parenti sono sepolti qui, e quando cadrò a pezzi, desidero cadere a pezzi qui." Shunka Napin (dei ? Sioux)

"Io non ho mai detto che la terra è mia per farne ciò che mi pare. L'unico che ha il diritto di disporne è chi l'ha creata. Io chiedo il diritto di vivere sulla mia terra e di accordare a voi il privilegio di vivere sulla vostra." Heinmont Tooyalaket (dei Nez Perces)

"Sono nato nella prateria, dove il vento soffia libero e non vi è nulla che spezzi i raggi del sole. Sono nato dove non vi sono recinti e dove ogni cosa respirava liberamente. Voglio morire lì e non fra i muri. Conosco ogni corso d'acqua e ogni bosco fra il Rio Grande e l'Arkansas. Ho cacciato e vissuto in quel territorio. Ho vissuto come i miei padri prima di me e, come loro, ho vissuto felicemente." Parra-Wa-Samen (dei Comanche Yamparika)

"Tutto ciò che chiediamo è di poter vivere, e di vivere in pace... Ci siamo piegati alla volontà del Grande Padre Bianco e siamo andati nel Sud. Giunti lì ci siamo resi conto che un Cheyenne non poteva viverci. Così abbiamo fatto ritorno nel nostro territorio. Abbiamo pensato che era meglio morire in combattimento che morire di malattie... Voi potete uccidermi qui; ma non potete farmi tornare indietro. Non ci andremo. L'unico modo per condurci là è di venire qui con i bastoni, picchiarci sulla testa, trascinarci via e portarci laggiù morti." Tahmelapashme (dei Cheyenne Settentrionali)

"Ci lasceremo distruggere a nostra volta senza lottare? Rinunceremo alle nostre case, al nostro paese assegnatoci in eredità dal Grande Spirito, alle tombe dei nostri morti e ad ogni cosa che ci è cara e sacra? Sono certo che griderete con me: Mai!" Tecumseh (degli Shawnees)

lunedì 19 novembre 2007

Alba (il Duca)

foto: Enrico Porro, Alba dal Payer, Luglio 2007
.
Tutto avvolge nella fredda quiete
la silenziosa attesa del mondo
che ancor scuro immobile aspetta
l’infinito primo limpido albore

Ed ecco che scolte le bianche stelle
di quel chiaror sui picchi si riempiono,
nel ciel si schiude il soffio d’immenso
ch’incendia il muto duro ghiacciaio

Pei pendii lentamente scivola
la nea luce che tutto inonda, poi…
Com’un fiore fra i monti sbocciar il sol

Testa di drago, corona di fuoco,
i rossi raggi fiammeggianti dardi
dal nero passo nell’alba scoccano

venerdì 16 novembre 2007

Ricordando l'Ortles




foto: Piccardo L'Ortles dal Bivacco, Monticelli L'Orco al Mattino, Del Bianco Sulle Roccette , Enrico Porro Cordata sul Ghiacciaio Finale, Luglio 2007

giovedì 1 novembre 2007

Ode alla vita (Pablo Neruda)

foto: Ruggero Bontempi, Spedizione Umana Dimora al Rwenzori, Giugno 2006

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia di vestire un colore nuovo,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
quando è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza,
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare.

Muore lentamente
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza
portera' al raggiungimento di una splendida felicita'.

martedì 30 ottobre 2007

Il Sogno (il Duca)


foto: Bruno Illuminati, Il Duca in Val di Cogne, Luglio 2007

Il sogno iniziò con molti colori che giravano intorno. Vedevo le mie emozioni, i miei sentimenti e i miei pensieri mescolarsi senza sosta né ordine.
Vedevo le mie montagne, volti di mille persone, la rabbia danzava con la più fragile delle felicità, l’ira abbracciava il sorriso d’un istante, ogni cosa perdeva la sua debole struttura nell’infinito turbinare dell’essere. Mi girava la testa: una leggera nausea mi faceva bruciare gli occhi.

Poi ecco apparire, oltre ad un mare nero, fetido, in burrasca, la luce che bacia le montagne. Il ghiacciaio brillava sotto la luna e un silenzio di calma soffiava leggero.
Rivedevo allora i fiori, senza profumi ma candidi, soffici, fieri là al loro posto. Il bosco taceva carico della sua saggezza, mentre il torrente imponente scrosciava fra le rocce fragorose.
Ogni cosa era là in un incanto, era là il respiro del vento, la brezza che ti sussurra al cuore e l’emozione mi cresceva. Ma un pugno al cuore in quel soffio d’infinito mi fece tremare, le lacrime inondarono il mio spirito.
Ogni cosa avvolta in quel miracolo appariva a distanza, oltre quel mare nero e fetido, oltre ogni tristezza e paura e sofferenza. La mia indecisione, il mio dubbio, l’oscena caduta del mio orgoglio: ogni cosa mi ammazzava in quella separazione dolorosa.

Ed ecco apparire un vecchio. I suoi occhi bianchi, avvolti in una cappuccio di saio.
Che frastuono furono le sue parole! Le orecchie mi dolevano davanti alla sua voce e caddi in ginocchio, supplicando, pregando che tutto ciò finisse. Ma nulla di tutto ciò finì.
E quel mare avvolto nelle tenebre suonava una triste e insopportabile nenia. Senza malinconia, senza rimpianto, senza lontani ricordi. Era il ritmo insopportabilmente lento del nulla, era il nulla: l’assenza di speranza…
L’assenza di speranza che poi è una speranza scheggiata, come rotta, rimasta infilzata nel mio cuore.
La speranza è fatta di vetro: così luminosa e brillante e bella nella sua integrità. Ma quando si infrange, quando quel vetro, quel cristallo, s’infrange, all’ora diventa tagliente. E la speranza infranta ti lacera il cuore, fino ad ucciderti. O peggio: fino a renderti impotente.

Il sogno continuò in un affogare di amarezza. Tutto, no! Non tutto, ma io, io affogavo nella nera amarezza.
E fu allora che vennero le domande. E la mia filosofia era impotente davanti a quelle domande, io ero impotente davanti a quelle domande.
E il vecchio continuava, con la sua voce di fragore, gracchiante, piena di suoni, a porre quelle domande intervallate da un sordo silenzio:
Chi sei tu?
Che cos’è il tuo desiderio? Nulla?
Nulla, nulla, nulla!!!
E più io non rispondevo, più la mia bocca rimaneva piena d’assenza di senso, più io piangevo. Gridavo in quella desolazione totale. Gridavo senza suono.
E tutto, tutto ciò che c’era di bello oltre quel mare nero d’angoscia, sprofondava davanti a quelle domande. La bellezza svaniva davanti all’assenza di senso. Tutto era pieno di segni che volevano dire tutto e quindi nulla. La contraddizione, la più razionale contraddizione regnava.

Ma poi in mezzo a quel nulla ecco che apparì lei. Là in quel sogno apparì proprio lei. E io la riconobbi, bellissima in quel volto amato e già conosciuto.
Ma anche lei era nella distanza di quel mare nero e fetido. Ora ero del tutto perduto!

mercoledì 17 ottobre 2007

Girl of the North Country (Bob Dylan)

foto: Marco Sala, Camosci in val di Rhemes, Gennaio 2007

Well, if you're travelin' in the north country fair,
Where the winds hit heavy on the borderline,
Remember me to one who lives there.
She once was a true love of mine.

Well, if you go when the snowflakes storm,
When the rivers freeze and summer ends,
Please see if she's wearing a coat so warm,
To keep her from the howlin' winds.

Please see for me if her hair hangs long,
If it rolls and flows all down her breast.
Please see for me if her hair hangs long,
That's the way I remember her best.

I'm a-wonderin' if she remembers me at all.
Many times I've often prayed
In the darkness of my night,
In the brightness of my day.

So if you're travelin' in the north country fair,
Where the winds hit heavy on the borderline,
Remember me to one who lives there.
She once was a true love of mine.

L'interpretazione di Bob Dylan e Johnny Cash:
http://it.youtube.com/watch?v=NPpxwjsP76E

domenica 23 settembre 2007

Pulenta e galena fregia (Van De Sfroos)

foto: il Duca, Il Gran Paradiso dalla Cret, Giugno 2007
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Pulènta e galèna frègia
e un fantasma in söe la veranda
barbèra cume' petròli
e anca la löena me paar che sbanda...
cadrèga che fa frecàss
e buca vèrta che diis nagòtt
dumà la radio sgraffigna l'aria
e i pensee fànn un gran casòtt....

L'è mea vèra che nel silenzio
dorma dumà la malincunìa
l'è mea vèra che un tuscanèll
l'è mea bòn de fa una puesìa
in questa stanza senza urelògg
bàla la fata e bàla la stria
in questu siit senza la lüüs
che diis tücoos l'è duma' l'umbrìa....

E scùlta el veent che pìca la pòrta
cun in cràpa una nìgula e in bràsc una sporta
el diis che g'ha deent un bel regàal
me sa che l'è el sòlito tempuraal....
E scùlta i spiriti e scùlta i fulètt
che ranpèghen söel müür e sòlten föe di cassètt
g'hann söe i vestii de quand sèri penènn
i ne vànn e i ne vègnen cun't el büceer del vènn...

E la candela la sta mai ferma
e la se möev cumè la memoria
anca el ràgn söe la balaüstra
ricàma el quadru de la sua storia
la ragnatela di mè pensèe
la ciàpa tütt quèll che rüva scià
ma tanti voolt la g'ha troppi böcc
e l'è tüta de rammendà....

La finestra la sbàtt i all,
ma la sà che po' mea na' via
e i stèll g'hann la facia lüstra
cumè i öcc de la nustalgìa
in questa stanza senza nissöen,
vàrdi luntàn e se vedi in facia
in questa stanza de un òltru teemp,
i mè fantasmi i làssen la traccia.....

lunedì 10 settembre 2007

La Balada del Genesio (Van De Sfroos)

foto: Marco Sala, La Granta Parei al Tramonto, Gennaio 2007
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Se ciàmi Genèsio e ho faa un po' de tütt
puèta, spazzèn, astronauta e magütt
ho pirlàa per el muund fino all'ultimo chilometro
innànz e indree cumè el mercurio nel termometro

Sun naa in söe la löena dumà cun't i öcc
ho sparaa cuntra el teemp e ho desfàa i urelòcc
ho pregaa mìla voolt senza nà giò in genöcc
ho giraa cun't el smoking e a pee biùtt piee de piöcc...

M'è tucaa impara' che la röeda la gira
che ogni taant se stravàcca nel büceer de la bìra
tra furtöena e scarogna gh'è una corda che tira
quaand el diàvul el pica el ciàpa la mira...

Sun staa l'incüdin e quai volta el martèll
ho dato retta al cuore e quai volta a l'üsèll
nel böcc de la chitàra ho scundüü questa vita
sia i pàgin in rùss che quii scrivüü a matita...

El curtèll in una man e nell'oltra un màzz de fiuu
perchè l'amuur e la moort i henn sempru lè scundüü
ogni dè nàvi via cun un basèn o una pesciàda
cul destèn de dree di spàll per mulàmm 'na bastunàda...

E de ogni mia dona se regòrdi el surìis
anca se cun nissöena sun rüvaa ai benìis
tanti donn che in sacòcia gh'eren scià el paradiis
insèma al rusètt hann lassàa i cicatriis...

Scapàvi e inseguìvi senza mai ciapà fiaa
curiàndul nel veent... fiuu senza praa
una trottùla mata sempru in giir senza sosta
un boomerang ciùcch senza mài una risposta...

Zìngher e sciuur sempru söel mè binàri
suta un'alba e un tramuunt püssèe rùss del Campàri
ma i ricordi i hènn smagg e me spècia el dumàn
el me spècia incazzàa cun scià i buumb a màn

Sigarètt senza nomm e büceer senza storia
hann faa i ghirigori nella mia strana memoria
tatüagg invisìbil che me càgnen de nòcc
e una vita tiràda cumè un nastru de scotch...

La mia ciciaràda làssa el teemp che la tröeva
vardi el cieel de nuvembra cun la sua löena nöeva
sun el Genèsio e questu l'è tütt...
cun qualsiasi vestii, suta ... sun biùtt...

giovedì 6 settembre 2007

Ricordando il Legnone e gli Amici

foto: Marco Montesano, Filosofeggiando in Vetta, il Legnone, il Duca e Lucia, Scendendo verso il lago, lo Zio e Lucia, Aprile 2007

martedì 28 agosto 2007

Ricordando il Monte Rosa


foto: Pietro Galli, Alpi Svizzere, Il Duca e Michele, Lyskam e Cervino, Le alte Vette, Luglio 2007

lunedì 27 agosto 2007

Artemide e il Cavaliere (il Duca)


foto: Bruno Illuminati,
Il Duca in discesa dalla Tersiva,
Luglio 2007




















O muse, me aiutate a cantare
del cavaliere che corre nel vento,
che fra i monti osò la dea guardare;
e che nelle buie notti ancor sento
vagar per zitti boschi e freddi ghiacciai
col nero cavallo e ‘l suo lamento.
Andava un tempo fiero assai
per valli d’oro e possenti monti
fra verdi boschi che non seccano mai.
Le fresche acque seguiva delle fonti
e ‘l sentier cavalcava che alto corre
finché arrivato fu ai tre ponti.
Quivi il fiume tra bianche rocce scorre:
varcano archi di sassi la corrente
scrosciante giù dal granito a torre.
Artemide bella, nuda e splendente
col bianco croco fra i biondi capelli
qui se bagnava al cascante torrente.
La sciolta sua chioma sui seni belli
ricadeva mossa da dolce brezza
e ancor scendeva sin ai fianchi snelli.
Da fulci occhi azzurri uscia freschezza
petalo era la rossa sua bocca
e alte le mani mostravan bellezza;
parean le gote neve che fiocca,
fra sode gambe in sboccio era il fiore
e ‘l corpo venia bagnato da rocca.
Vide la dea e cadde tosto in amore,
il cavalier che libero andava
e prigioniero di lei fu il suo cuore.
Ma un vento forte a soffiare iniziava
e come flutti di fresca cascata
la dea selvaggia fra l’acque spariva.
O misero uomo: lei, da te amata,
vagando continui ancora a cercare
per gli aspri monti e la grigia vallata.

venerdì 3 agosto 2007

Love Minus Zero/ No Limit (Bob Dylan)


My love she speaks like silence,
Without ideals or violence,
She doesn't have to say she's faithful,
Yet she's true, like ice, like fire.
People carry roses,
Make promises by the hours,
My love she laughs like the flowers,
Valentines can't buy her.
In the dime stores and bus stations,
People talk of situations,
Read books, repeat quotations,
Draw conclusions on the wall.
Some speak of the future,
My love she speaks softly,
She knows there's no success like failure
And that failure's no success at all.
The cloak and dagger dangles,
Madams light the candles.
In ceremonies of the horsemen,
Even the pawn must hold a grudge.
Statues made of match sticks,
Crumble into one another,
My love winks, she does not bother,
She knows too much to argue or to judge.
The bridge at midnight trembles,
The country doctor rambles,
Bankers' nieces seek perfection,
Expecting all the gifts that wise men bring.
The wind howls like a hammer,
The night blows cold and rainy,
My love she's like some raven
At my window with a broken wing.

mercoledì 25 luglio 2007

Il Dubbio e la Bellezza (il Duca)

foto: il Duca, Montagne oltre il Bosco, Giugno 2007

In questi anni abbiamo spesso messo al centro delle nostre discussioni il dubbio. Il dubbio come strumento per il superamento di ogni metafisica della certezza, il dubbio come motore per il distacco da ogni supposta verità definitiva.
Abbiamo concordato sul fatto che il dubbio sia essenziale alla filosofia per evitare di prendere per risolti dei problemi che sono invece radicati nel nostro vivere. A supporto di questo ci viene la frase di Sini per cui “il filosofo pone enigmi, non li risolve”. Che poi è lo stesso di Socrate che è sapiente perché più indaga più scopre di non sapere, più va avanti più prende coscienza dell’indefinibilità della verità. La verità gli sfugge sempre, la verità vive nella discussione stessa, nel dialogo. La verità è dialettica, dinamica.
A questo punto con un gran salto (vi evito il mio Hegel) siamo a Nietzsche. Alla verità come moto vivente, alla verità che sfugge perfino ad ogni parola. Al moto dionisiaco che non è ordinato in regole sintattiche; che non è nel distacco della parola che paralizza comunque il senso in significati precostituiti. Siamo alla volontà di potenza.

Sini ci illustra bene, ma già ce lo dice Heidegger, che il progetto (che poi non è un progetto) del super-uomo nietzschiano non è realizzabile. E la pazzia di Nietzsche è lì a testimonianza.
Noi dobbiamo convivere con la nostra costitutiva distanza dalla verità. Una distanza che non è la distanza da una dimensione metafisica, ma è la distanza dal costituirsi stesso della verità. Una distanza che è il segno attraverso cui vediamo sempre ogni verità senza poterla mai vivere direttamente.
Eppure la filosofia può in qualche modo frequentare questa distanza facendoci vivere il significato attraverso i segni della dialettica. Significato detto che va messo poi in dubbio per tentare di dirlo nel nostro nuovo incontro con la verità. Filosofia che è il nostro sguardo critico.
Questo dire, dubitare, ridire e ridubitare è ciò che Sini chiama transito delle pratiche. E’ il tempo ciclico, è il moto filosofico. E il tendere alla verità è il desiderio.
E’ buffo come in fondo ogni vero filosofo ponga il desiderio come moto dell’uomo. E’ interessante come la razionalità filosofica abbia bisogno dell’irrazionalità del desiderio per muoversi. Questo ce lo dice Platone con l’irrazionale pazzia che sta sopra il logos, ce lo dice Aristotele per cui il Primo Motore muove per amore, ce lo dice Sini.

Ho detto queste cose, che in realtà, anche se in forme diverse, ho tratto dai nostri discorsi, per parlare della bellezza. “La bellezza salverà il mondo” dice Dostoevskij ne “l’Idiota” e credo abbia ragione.
“Nella bellezza sta la nostra libertà… poterla vivere, respirare…” queste parole mi sono venute alle labbra mentre in cima ad una montagna superavo il dualismo cartesiano. Da lassù non si distingue l’oggettività della cosa dalla bellezza del tutto. Là non c’è il misurabile e il soggettivo, lo scientificamente sperimentabile e l’impressione personale. Lassù si vive la montagna nell’unica armonia della bellezza che è intrinseca nella roccia come nel mio passo, nel bosco come nel mio respiro, nel ghiacciaio come nella mia fatica.
La bellezza è qualcosa che si vive, la bellezza si dà nel nostro rapporto con il mondo. La bellezza, come la verità, si dà nel nostro respirare l’essere; essere in cui siamo immersi. La bellezza è l’armonia di questo respiro.

Quando percepiamo qualcosa la percepiamo sempre nell’affezione che abbiamo per essa. Percependo nostra madre percepiamo nostra madre, è persino banale dirlo, e solo a posteriori, solo artificialmente, possiamo dividere i suoi caratteri “oggettivi” da quelli “soggettivi”. Avete forse mai visto vostra madre non in quanto vostra madre? Questa sarebbe la solita superstizione scientifica.
La bellezza non è forse allora l’affezione che possiamo cogliere nel rapporto con il mondo e che, per quanto tradizionalmente la categoriamo come estetica (dei sensi), lo scienziato nega come oggettiva? Eppure la bellezza la viviamo, la respiriamo, la percepiamo nel nostro danzare col mondo. Una cosa bella la percepiamo come bella, anche se poi artificialmente aggiungiamo che tale bellezza non è un carattere costitutivo della cosa.
La bellezza la viviamo e cosa più incredibile la desideriamo. Un desiderio che è parallelo al nostro desiderio di verità (di che altro ci parla Platone nel Fedro?). Un desiderio che è ermeneutico, un desiderio che desidera qualcosa di inafferrabile e pur sempre desiderato.

Quando allora dico che nella bellezza sta la nostra libertà sto cercando di superare il dubbio arenante. Perché il maggior rischio del dubbio è quello di rendere tutto dubbio inteso come nulla.
Che tutto è dubitabile, deve essere inteso nel senso che ogni verità metafisica, cioè scritta, è destinata a crollare. Ma la verità, la verità dinamica, è qualcosa che c’è, o meglio è.
La verità è il nostro danzare col mondo. E’ il nostro desiderare il mondo e il nostro continuo inseguirlo. E cosa si insegue se non la bellezza? La bellezza intesa come verità che sempre desidero e che tuttavia è inafferrabile. Verità che, come la bellezza, non è decisa da me ma non sarebbe tale se non la riconoscessi vivendo (ecco l’inizio duale).

Ecco che allora la persona da noi amata è il nostro amare (ogni cosa di lei ci si rivela nel nostro amarla) e noi siamo il nostro amarla. E la verità di questo amare non è in un concetto d’amore (dubitabile), ma è nel nostro amare stesso. Un amare che è un inseguire infinito proprio perché lei, il suo amore, è nel continuo innamorarmi di lei e farla innamorare di me.
Il dubbio è il crollo dell’amore formale, dell’amore del matrimonio borghese statico e definito in una formula. Ma il dubbio dinamico (filosofico) è l’affermarsi della dinamica dell’amore vivente, dell’amore sempre attivo, pulsante. L’amore formale è qualcosa destinato ad appassire perché è la forma che è sempre dubitabile, ma l’amore dinamico è qualcosa invece destinato ad amare
Ciò che è soggetto al dubbio è il “vero” della domanda “ci amiamo da-v-vero?”, perché questo vero si riferisce ad un supposto amore vero e oggettivo che sta al di fuori del moto delle nostre anime amanti. Quel vero invece non è qualcosa di verificabile in una formula, ma è qualcosa che si costituisce continuamente nel nostro amare, nel continuo innamorarsi, nell’amore vivente.
E questo amore è l’amore stesso che ha il filo-sofo per la verità. E’ l’amore per la bellezza che non posso mai afferrare ma a cui posso partecipare continuando a frequentarla (esattamente lo stesso motivo per cui l’alpinista passa da una cima all’altra).

La bellezza è allora ciò che ci muove. E’ quel desiderio irrefrenabile che lanciato dal dubbio ci deve spingere sempre avanti. E’ il superamento della metafisica come del nichilismo del dubbio arenante. E’ la nostra libertà perché è il nostro far filosofia, è il nostro frequentare la distanza, non per congelarla ma per viverla (e così in qualche modo colmarla).
Certo la bellezza è qualcosa di tragico in quanto mai raggiunto (non bisogna intenderla in modo ingenuo). E’ tragica soprattutto per il nostro continuare a vedere le cose secondo una morale inevitabilmente umana (quindi metafisica), che vorrebbe avere mentre noi soprattutto siamo.
L’importante è quindi andare avanti, vivere il mondo, respirare la bellezza e in questo modo parteciparvi. Amare la bellezza e in questo modo, per un certo verso, abbattere la staticità formale (per quanto sarà possibile). Ciò che credo si debba fare è stare nel rapporto col mondo e con gli altri come l’alpinista sta esposto al vento: con tutta la nostra volontà, senza poterlo giustificare. Continuando il cammino e così vivendo la verità che è nel nostro passo.

domenica 15 luglio 2007

Saggio Alpinistico Filosofico (il Duca)

foto: il Duca, L'Emilius dal Colle Invergneux, Luglio 2007

Il Filosofo, come l’Alpinista, procede nella speranza della meta. Ma forse la verità è nella viva bellezza che si respira ad ogni passo…
Facilmente questa frase, al di là della sua poesia, può far irritare: come mai l’alpinista potrebbe andare avanti se non credesse che là in alto ci sia la vetta e che questa sia raggiungibile? Come mai il filosofo potrebbe continuare la sua indagine se non credesse nella verità ultima?
E poi dove sta la bellezza di ogni passo al di là della metafora? Il mondo e la vita sono piene di tristezze, delusioni e dolori…
Queste obbiezioni sono tutte giuste e legittime. Io stesso non posso accettare la mia frase, io stesso ho motivo di rancore verso chi pronunci questa frase. Eppure sono io a pronunciare questa frase. Sono io che decido di rischiare pronunciando questo aforisma.
Ma vedete ciò che sarebbe meglio, ciò che il nostro cuore ci chiede, non sempre e non per forza corrisponde a ciò che è. Noi speriamo nella metafisica, la nostra fede è metafisica.
Metafisica che poi è sia meta-fisica (oltre il fisico) sia meta fisica (meta fisicamente intesa).
Meta fisica che è la verità sostanziale di Platone e che è la cima dell’alpinista.

Ma cosa centra l’alpinista con il filosofo? Questa è la domanda che giustamente dovrete pormi per prima.
Non centrano nulla se non per il fatto che sono entrambi uomini immersi nella realtà e che entrambi sono innamorati (ognuno del suo). L’alpinista è colui innamorato della montagna così come il filosofo è colui innamorato della sapienza. L’alpinista è colui che tende, con scarponi e piccozza, alla vetta; così come il filosofo è colui che tende, con la sua razionalità, alla verità.
Entrambi sperano che l’oggetto del loro amore sia un qualcosa di presente, sia una meta fisica. Ma in realtà credo, ed è molto probabile, che ciò a cui tendono sia una meta-fisica, qualcosa che va oltre la fisica. Qualcosa di irraggiungibile, di ermeneutico.

Quale alpinista è mai arrivato in Vetta? Nessuno. Se un alpinista fosse arrivato in Vetta non sarebbe più alpinista, non tenderebbe più alla montagna e dunque avrebbe rinunciato all’alpinismo. Ma un alpinista che rinuncia all’alpinismo non è più alpinista.
Certo gli alpinisti conquistano le vette, le hanno già conquistate quasi tutte, ma la Vetta non l’hanno mai conquistata. Se non forse chi in montagna è morto. Chi, nel tendere al suo amore, è morto bruciato dal desiderio.
A questo proposito mi torna utile la figura del Don Giovanni utilizzata da Kirkegaard. Come il protagonista della fase estetica non poteva fermarsi ad una sola donna, ma una volta conquistata la bellezza di una fanciulla doveva trovarne subito un’altra, così l’alpinista una volta conquistata la vetta di una montagna ne deve conquistare un’altra. Quale alpinista si fermerebbe mai sulla cima della sua montagna? Nessuno se non forse da morto. Da morto si che si fermerebbe sulla Vetta (che poi altro non è che il paradiso: chiedetelo ad un alpinista.)

E vista la figura dell’alpinista credete che per un qualunque innamorato sia diverso? Pensate alla ragazza di cui siete innamorati. La vostra meta fisica è lei ma lei non l’assimilerete mai. La vostra meta è il suo amore, ma come mai potrete averlo?
Mettiamo che la vostra vetta sia riuscire a mettervi insieme alla ragazza di cui siete innamorati. Bene, e una volta che vi sarete messi insieme potrete fermarvi? Una volta che avrete appurato che vi ama potrete ritenervi soddisfatti e tornarvene a casa?
Il matrimonio borghese vi risponde di si. Ma a questo punto voi siete come l’alpinista che non va più in montagna, e state pur certi che la vostra ragazza, se non è completamente scema, vi mollerà.
Ma se l’amore non è l’impulso animale di cui va tanto fiero anche lo stallone, una volta conquistata la vostra ragazza la continuerete a conquistare. La vostra ragazza va continuamente fatta innamorare di voi e voi continuamente dovrete innamorarvi di lei, così l’amore rimane vivo.
Per quanto riguarda il filosofo il discorso è lo stesso. Ma per parlare di questo lascio la parola a Platone che nel Fedro lo spiega certamente meglio di come possa fare io in mille vite.

Se la Vetta, l’Amore della vostra ragazza e la Verità sono qualcosa di meta-fisico ciò non vuol dire però che siano nulla. Ciò che diventa nulla è la nostra staticità. E’ il fermarsi per tutta la vita su di una vetta. L’amore va tenuto sempre vivo, la ricerca sempre attiva, bisogna salire sempre verso la montagna. Chi si ferma è morto (quale migliore pace dei sensi?), o almeno è morto in quanto uomo, come ci dice Boezio di Dacia.
L’importante è che ogni passo sia indirizzato verso l’alto. Che il nostro passo non ricada sempre lasciandoci fermi. L’importante è salire sempre, sempre avanti.

Questo passo non è bello di per sé nel senso di pacificatore. La sua bellezza è una bellezza tragica, la bellezza di cui ci parla Whitehead, la bellezza del sublime. È la bellezza del ghiacciaio che brilla sotto la luna e può risucchiarci da un momento all’altro.
La bellezza è tragica perché ermeneutica, irraggiungibile. La bellezza è la bellezza della verità filosofica, è la bellezza della vostra ragazza, è la bellezza della montagna. E’ la bellezza tragica che però c’è. C’è perché è ciò che ci spinge ad andare avanti.
La bellezza c’è perché è ciò che tiene vivo il nostro desiderio, ciò che ci pone davanti all’oggetto del nostro desiderio.
Se penso quanto ho maledetto il desiderio che ci pone sempre a distanza da ciò che desideriamo. Ma senza desiderio ciò che desideriamo non ci sarebbe nemmeno per noi…

Ecco che allora dico che “Il filosofo, come l’alpinista, procede nella speranza della propria meta. Ma forse la verità è nella viva bellezza che si respira ad ogni passo...” per questo dobbiamo andare avanti sempre.
E il dubbio che la vetta a cui siamo arrivati non sia la Vetta è ciò che ci permetterà di non morire (almeno come uomini).

martedì 3 luglio 2007

Ricordando il Rwenzori

foto: il Duca, Spedizione Umana Dimora al Rwenzori, Giugno 2006

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