venerdì 6 novembre 2026

La montagna bella e selvaggia (il Duca)


È una montagna di cui si sa poco, eppure la sua forma è bella e slanciata. Le pochissime relazioni che si trovano sono di qualche raro scialpinista, che si avvicina alla sua cima da Maso Lungo oppure dalla bella Val Mazia, approfittando dell’inverno che chiude i numerosi crepacci dei ghiacciai che la circondano.
Io l’ho notata più volte dai pascoli della Lagauntal, nelle mie scorrerie in Val Senales, sempre alla ricerca di nuove montagne selvagge da scalare. E cercando sulla cartina ho scoperto il suo nome, anzi i suoi nomi trattandosi in realtà di due cime gemelle: Punta Saldur e Lagaunspitze.
Proprio la presenza dei tormentati ghiacciai e l’alto pericolo di slavine in primavera-inverno, mi hanno fatto però rimandare questa salita più volte. Anche perché mi sarei trovato sicuramente a scalare da solo. In più l’assenza di qualunque traccia necessitava di un meteo perfetto, per non rischiare di rimanere disperso su questa montagna articolata e selvaggia, e il bel tempo stabile nelle estati altotesine è merce abbastanza rara.
A fine Agosto però mi convinco e parto. Parcheggio che da poco è passata l’alba e inizio a salire veloce per il sentiero, prima per pascoli e poi nel bosco. Il profumo d’estate mi riempie il cuore e già mi sento un po’ più sicuro rispetto a quando sono partito la mattina.
Raggiunto il ponticello di legno della Lagauntal, lascio ogni traccia umana e inizio a risalire a vista la valle. Sul suo fondo troneggia aguzza la mia montagna, oggi molto più spoglia di neve rispetto all’ultima volta che l’ho vista. Il torrente è ricco d’acqua, nonostante sia da molto che non piove, e le zolle d’erba sono zuppe come spugne.
Giunto ai pascoli dell’anfiteatro naturale che chiude la valle, incontro un nutrito branco di cavalli maestosi e inizio a risalire la morena verso la grande parete che mi sovrasta. Qui gli scialpinisti passano a sinistra, imboccando un ampio canalone che con un largo giro arriva al ghiacciaio soprastante. Io invece decido di intraprendere una via molto più diretta, scalando un canale di pietre instabile che fende in due la parete.
Salendo a sinistra di una cascata, arrivo ad una conca nel cuore della montagna. Sopra di me una seconda cascata precipita su di una larga cengia di pietra, il torrente fa qualche metro in orizzontale nella conca, per poi continuare la propria corsa fragorosa verso il basso. Studio da dove passare. Attraversato il torrente grazie a delle pietre che emergono dall’acqua, continuo la mia scalata su delle delicate placche sulla destra fino a emergere finalmente nei pressi del ghiacciaio.
Il ghiacciaio è tutto di ghiaccio vivo e i crepacci sono tutti ben visibili. Messi i ramponi e impugnata la piccozza lo risalgo comodamente verso la parete finale che costituisce la cima del Saldur, raggiungendola in una mezz’oretta. Qui inizia la parte più scomoda di tutta la scalata: la parete è in realtà un pendio di roccia marcia, ghiaia instabile, terra e ghiaccio duro sepolto sotto al fango. Ma alla fine con qualche imprecazione giungo finalmente in cima al Saldur.
A dirla tutta non è una gran cima, più che altro è lo sperone più marcato di una cresta dentellata. Però davanti a me contro al cielo si staglia molto più maestosa la vetta del Lagaun, dalla forma piramidale. É solo 6 metri più alta del Saldur, ma per raggiungerla devo affrontare una scalata in cresta con numerosi sali e scendi, arrampicando su denti di roccia solida, lungo sottili cenge e passaggi su neve molle. Così, con un po’ di esaltazione, tocco la croce di vetta del Lagaunspitze: la bella cima selvaggia che ammiravo dai pascoli della Lagauntal è adesso sotto ai miei piedi.
Mi fermo in vetta quasi un’ora, si sta benissimo e la giornata è bellissima. Quindi inizio la lunga e delicata discesa.
Raggiungo il ghiacciaio senza ripassare dal Saldur, trovando un diverso passaggio nella parete finale, e poi giù seguendo la stessa via dell’andata. Sono felice e concentrato, stando attento a non sbagliare niente. Ma tornato alla conca nel cuore della parete, mi accorgo che ho un problema: il torrente si è gonfiato, le cascate sono molto più piene e soprattutto il mio guado lungo la cengia di pietra è stato divorato dall’acqua.
Non mi sarei mai aspettato questo: c’è in giro pochissima neve e la giornata non è così calda, solitamente questo succedere a inizio stagione non a fine Agosto, eppure è successo lo stesso. L’unica cosa da fare è togliere gli scarponi e provare a guadare il torrente entrando nell’acqua. Si tratta di una mossa delicata, l’acqua è profonda e la corrente forte e se dovessi ribaltami il torrente mi trascinerebbe giù nella cascata. Ma alla fine tutto va bene, la montagna ancora una volta mi ha fatto passare stando dalla mia parte, e di tutto questo devo essere grato.

martedì 7 luglio 2026

Una catena, sette stati, sei cime (il Duca)

 Monte Bianco

Dufour

Grossglockner

Le Alpi sono di fatto casa mia: le ho percorse in lungo e in largo e ovunque la mia vita mi ha portato sono sempre rimaste il mio punto di riferimento a cui fare ritorno.
A volte capita che alcune idee nascano quasi per caso e poi si conficcano nella testa in modo così deciso che per poterle rimuove c'è solo una soluzione: realizzarle. É così che è nato questo mio progetto, che poi ho scoperto essere un progetto neppure troppo originale.

Marzo 2022, col mio amico Ale sto tornando da una bellissima ascensione invernale sul Triglav, la montagna più alta della Slovenia e la sommità massima delle Alpi Giulie. Sono felice, soddisfatto, me la godo proprio.
Quando si assapora una felicità così bella ti rimane sulla pelle per giorni la voglia di ripetere qualcosa del genere. Così la mia mente inizia a rimuginare: quali altri angoli delle Alpi, per me ancora nuovi, potrei andare a conoscere?
Inizio a fare un beve check: montagne della Francia, Alpi italiane, Svizzera, Austria, Slovenia... che cosa manca? Mi accorgo che non ho mai scalato niente in Germania. So bene che la vetta tedesca più alta è lo Zugspitze, ma alpinisticamente non mi è mai interessata visto che in cima ci arriva la funivia. Tuttavia provo a digitarla su Google e scopro così che è una montagna davvero bella, al di là di quei maledetti impianti.
E poi? Poi c'è il Liechtenstein, il piccolo staterello di cui i miei studenti di Geografia dimenticano sempre l'esistenza. Anche quello è in mezzo alle montagne, ma quali sono le sue vette principali? Indago e arrivo così a conoscere l'esistenza del Grauspitz, una montagna che dalle foto non sembra essere particolarmente affascinante, alta solo 2599m. Però magari in inverno potrebbe essere interessante...
L'idea inizia ad insediarsi nel mio cervello, ma è ancora dormiente e per un po' non ci penso più.

Arriva l'estate, passa l'estate e si inizia a pensare a nuovi progetti futuri. E allora mi ritorna in mente un elenco che effettivamente suona bene, ma che è ancora interrotto: cima più alta della Francia e dell'Italia: Monte Bianco, salito da Courmayeur. Vetta più alta della Svizzera: Punta Dufour sul Monte Rosa, fatta (anche se dall'Italia). Vetta più alta dell'Austria: Gross Glockner, scalato dalla bellissima Studlgrat. Cima più alta della Slovenia: Triglav, fatta in inverno. Ne mancano giusto due, quelle due là.
Inizio ad informarmi meglio su internet e così trovo che ovviamente già altri hanno pensato a questa collezione che chiamano “le Seven Summit delle Alpi”.
Come settima cima inseriscono il Gran Paradiso (inspiegabilmente) ponendola come cima più alta d'Italia. Al di là del fatto che io l'ho già scalato tre volte da tre vie diverse, non riesco a spiegarmi il motivo dell'inserimento di questa bellissima montagna nell'elenco sopra citato. Se anche si volesse seguire quanto dicono i francesi che la vetta del Monte Bianco è tutta loro, ci sono in Italia diverse altre cime più alte del Gran Paradiso (Grand Jorasses, Cervino, quasi tutte le cime del Monte Rosa, per citarne alcune). Quindi ignoro internet e vado per la mia strada: una catena montuosa, sette stati e sei cime.

Ne parlo anche con qualcuno dei miei amici e alla fine parto in pieno inverno con Ale: direzione Principato del Liechtenstein.
La neve è abbondante sulle montagne tutte attorno, mentre parcheggiamo sulle rive del lago vicino a Steg. C’è qualche autoctono con gli sci da fondo che ci domanda dove andiamo, vedendoci partire con le piccozze sugli zaini, poi abbandonato il fondo valle non c’è più nessuno.
La giornata è calda e il sole batte forte sulla neve che brilla come uno specchio, la cosa non ci fa molto piacere visto che si percepiscono i ripidi pendii di queste montagne diventare pesanti e pericolosi.
La sera ci godiamo il bel bivacco invernale del rifugio Pfälzerhütte, stufa accesa, cenetta con crema di funghi e bottiglia di vino. Ma fuori vediamo con disappunto le nubi grigie iniziare ad abbracciarci minacciose.
La notte piove, brutto segno. La mattina la coltre grigia attorno a noi è talmente fitta che non si vede a più di due metri di distanza. Si sentono solo le valanghe rombare giù dai pendii. La neve è acquosa e pesante e così decidiamo tristemente di tornarcene a casa.
Eppure ormai il dado è tratto e quella montagna da poco interessante diventa la mia nuova ossessione: non aspetto altro che le giuste condizioni per ritentarla.
In Aprile ci riprovo, questa volta da solo. Bivacco nuovamente al locale invernale del Pfälzerhütte e trovo due giornate spettacolari, ma il carico di neve sulle montagne è addirittura maggiore del tentativo precedente. La sera, mentre passeggio nei pressi del rifugio sgranocchiando noccioline, assisto alle nuove valanghe primaverili che segnano il canale di accesso al Grauspitz. Sono indeciso sul da farsi, ma le condizioni sono decisamente troppo pericolose.
Provo ad immaginare una possibile linea alternativa, lungo uno sperone alla sinistra del canale, e il giorno dopo provo a salire da lì. Ma nella parte alta la neve è troppo instabile e mi tocca battere ancora una volta in ritirata. Mentre scendo verso la macchina mi prometto che questo è l’ultimo tentativo, non sarà così.

L’estate si avvicina, a Nord delle Alpi la neve tra Maggio e Giugno abbonda, ma per ingannare il periodo stressante degli esami continuo a buttare un occhio sulle webcam delle Alpi Bavaresi. Nella mia testa ho accantonato il Liechtenstein e il suo Graspitze, ma la curiosità mi spinge a spiare l’altro punto della lista: lo Zugspitze.
Oscillo tra il disprezzo per gli impianti che imbrigliano quella montagna e la curiosità per quella cima che ormai si è conficcata nella mia testa.
Così la voglia di partire, di andare a vedere quella parte di Alpi che non conosco, si gonfia sempre di più, come una vela al vento, e appena finiti gli esami decido di partire. Il meteo non è il massimo, però valuto che ho il margine per salire.
Arrivo al grande parcheggio di Ehrwald che sta diluviando. Lascio qui la macchina e tutto bardato mi inoltro nelle valli austriache dello Zugspitze. Nonostante la pioggia si sale bene, solo nei pressi del passo che segna il confine tra Austria e Germania trovo molto fango e la progressione si fa faticosa. Per bei prati imbevuti d’acqua giungo infine al rifugio Knorrhutte; prendo possesso della mia branda e mi metto a consumare la mia cena sotto ad una tettoia, mentre il diluvio continua a riempire la valle.
Mangiato quello che mi sono portato da casa, mi siedo con due ragazzi tedeschi a un tavolo a bermi una birra e scambiamo due chiacchiere come se ci conoscessimo da sempre.
La mattina dopo sono il primo a lasciare il rifugio in direzione della cima. Il meteo annunciava una mattinata di bel tempo e invece tutto è ancora avvolto nelle nubi grigie che non fanno presagire nulla di buono.
Salgo lo stesso, tra pietraie chiare e lingue residue di neve, fino a quando trovo i primi segni dei fantomatici impianti di risalita. Faccio di tutto per ignorarli e attacco il ripido pedio che sale verso la cresta sommitale. Qui, dopo il primo tratto su pietre mobili, la neve si fa sempre più consistente e dura. Metto i ramponi e con mia sorpresa mi trovo ad affrontare una scalata divertente tra roccette e pendii innevati. Provo anche a seguire la linea più verticale e diretta, che mi permette di dare un senso in più alla salita che sono venuto a fare.
Intanto la giostra della grande funivia ha iniziato a fare il proprio giro, gruppi sempre più numerosi di turisti riempiono le cabine che si muovono sospese sopra alla mia testa. Mi accorgo ben presto di essere l’attrazione in questa giornata uggiosa: dall’altro mi fotografano, rendendo il tutto ancora più surreale.
Quando sbuco sulla cresta sommitale ha iniziato a nevicare ormai da un quarto d’ora. Si è alzato anche il vento, che soffia sempre più forte tanto da far fermare la funivia.
Io avanzo in piena bufera sulle rocce verglassate della cresta, un dente dopo l’altro, fino a quando intravedo nelle nubi la stazione sommitale della funivia. Salgo sul grande terrazzo e mi sembra davvero di essere in un mondo parallelo, qualcosa di molto più simile al film Alien o Solaris che ad una scalata in montagna.
Incontro solo una persona, che guidando un trabiccolo sta spazzando la neve. Mi guarda un po’ perplesso vedendomi sbucare da chissà dove, mi saluta con un cenno e continua il suo lavoro.
Io vago un po’ per la stazione, fino ad individuare il pinnacolo che costituisce la cima vera e propria. Su di un cancellino un cartello recita la frase scritta in più lingue: “solo per alpinisti esperti”, lo scavalco ed inizio ad arrampicare per le rocce coperte di neve polverosa fino a toccare la croce di vetta, con la sua caratteristica sfera dorata. Tutto attorno a me si vede poco, le nubi turbinano spinte dal vento, mentre continua a nevicare e fa freddo. Ma io sono contento.
Tornato alla stazione mi riparo oltre le porte a vetri, seduto su un gradino chiamo casa, poi inizio la lunga discesa per la medesima via.

Sono in macchina che guido verso l’Italia quando ovviamente la vecchia ossessione torna a bussare: adesso manca solo lui alla collezione, il Grauspitz, come si fa a non farlo…

Ormai in ferie programmo con calma e in Luglio parto per la terza volta per il Liechtenstein. Sono ancora da solo, ormai è una questione personale, quasi intima.
Rivedere questo posto in piena estate, senza neve, crea una strana nostalgia; la dimensione è completamente diversa. Questa volta evito il rifugio Pfälzerhütte e salgo direttamente verso il passo Ijesfurggli, avanzando prima su sentiero e poi a vista tra pascoli e pietraie.
Con mia grande sorpresa incrocio anche tre alpinisti dell’est Europa, che supero poco prima del passo; poi avanzando lungo le roccette della cresta raggiungo la croce dell’Hinter Grauspitze. Sono sulla seconda cima della mia montagna, ma adesso inizia la parte più selvatica dell’ascensione.
Scendendo lungo la cresta Sud-Est osservo con attenzione fino a quando individuo il punto dove attraversare verso la vetta principale. Intrapreso il lungo traverso, raggiungo la selletta ai piedi del Vorder Grauspitz e per facili roccette arrivo finalmente a toccare la cima più alta del Liechtenstein.
Mi trovo così in piedi vicino alla Madonnina di vetta, sotto alla caratteristica struttura a forma di fiamma: è la fine della mia scalata e di una grande cavalcata in giro per le Alpi. É particolare che tutto termini su questa cima di cui fino a qualche mese fa non conoscevo neppure l’esistenza, ma che piano piano è diventata così importante per me.
Eppure qui in cima non sento la gioia irrefrenabile che ci si potrebbe aspettare, ma provo una certa tranquillità d’animo che mi fa stare bene. Me la godo così, seduto tra le rocce remote della cima. Ma la vera conclusione del mio percorso avviene il pomeriggio al campeggio dove ho piazzato la mia tendina, con una birra fresca, un tuffo in piscina e un sonnellino all’ombra di una siepe. Felice.

Triglav 
Zugspitze 
Grauspitz