Thunder on the mountain, fires on the moon
There's a ruckus in the alley and the sun will be here soon
Today's the day, gonna grab my trombone and blow
Well, there's hot stuff here and it's everywhere I go
I was thinkin' 'bout Alicia Keys, couldn't keep from crying
When she was born in Hell's Kitchen, I was living down the line
I'm wondering where in the world Alicia Keys could be
I been looking for her even clear through Tennessee
Feel like my soul is beginning to expand
Look into my heart and you will sort of understand
You brought me here, now you're trying to run me away
The writing's on the wall, come read it, come see what it say
Thunder on the mountain, rolling like a drum
Gonna sleep over there, that's where the music coming from
I don't need any guide, I already know the way
Remember this, I'm your servant both night and day
The pistols are poppin' and the power is down
I'd like to try somethin' but I'm so far from town
The sun keeps shinin' and the North Wind keeps picking up speed
Gonna forget about myself for a while, gonna go out and see what others need
I've been sitting down studying the art of love
I think it will fit me like a glove
I want some real good woman to do just what I say
Everybody got to wonder what's the matter with this cruel world today
Thunder on the mountain rolling to the ground
Gonna get up in the morning walk the hard road down
Some sweet day I'll stand beside my king
I wouldn't betray your love or any other thing
Gonna raise me an army, some tough sons of bitches
I'll recruit my army from the orphanages
I been to St. Herman's church and I've said my religious vows
I've sucked the milk out of a thousand cows
I got the porkchops, she got the pie
She ain't no angel and neither am I
Shame on your greed, shame on your wicked schemes
I'll say this, I don't give a damn about your dreams
Thunder on the mountain heavy as can be
Mean old twister bearing down on me
All the ladies of Washington scrambling to get out of town
Looks like something bad gonna happen, better roll your airplane down
Everybody's going and I want to go too
Don't wanna take a chance with somebody new
I did all I could and I did it right there and then
I've already confessed – no need to confess again
Gonna make a lot of money, gonna go up north
I'll plant and I'll harvest what the earth brings forth
The hammer's on the table, the pitchfork's on the shelf
For the love of God, you ought to take pity on yourself
martedì 14 aprile 2015
mercoledì 11 marzo 2015
Didascalia di foto verticale (il Duca)
Recupero Ale che mi raggiunge e ci leghiamo in sosta. Sopra di noi una placca liscia di roccia compatta, sotto la parete incrostata di ghiaccio, il cielo è azzurro, si sta bene.
Ci togliamo i ramponi in equilibrio sul vuoto, è impressionante come la parete ci faccia stare a nostro agio. Lo sguardo corre su per lo sperone da cui dobbiamo passare, ammira la montagna, esplora le fessure scure alla ricerca di un buon punto per proteggere, per mettere un friend.
Ora ci siamo, ma prima di partire riesco ad estrarmi per un attimo dalla scalata e mi fotografo i piedi. La vita è qui, una danza su questo pezzo di mondo, duro, severo, tanto caro. Mi balenano tutti i pessimismi del mondo, che ora vedo essere piccola cosa. La bellezza è incredibilmente potente sulla montagna, la nostra piccolezza fortemente caparbia.
Come fa questo vuoto a non fermarci? La risposta non è scritta, ma sta nel movimento successivo, quando torno ad arrampicare. Tocco la roccia, ora siamo al sole: la musica è il silenzio, la montagna è la via, il vuoto lo spazio dove passare.
Ci sentiamo incredibilmente vivi, ed è questo è il dono che portiamo a casa a chi ci attende.
domenica 8 febbraio 2015
Quel maledetto canale (il Duca)
Avevo deciso di fare un giro veloce, avevo promesso alla morosa di essere a casa presto e così ho puntato al Resegone. L’idea era percorrere i canali Pesciola, due dei pochi canali della montagna che mi mancavano ancora: salire da uno e scendere dall’altro.
Alle 6.00, con quattro ore di sonno nelle ossa, parto da casa, macchina ghiacciata e rock sparato a palla, giusto per darmi la sveglia. Un’ora dopo sono già scarponi ai piedi con la frontale che illumina i sassi del sentiero; il cielo è terso mentre i miei passi tamburellano verso i piani d’Erna.
Alle 6.00, con quattro ore di sonno nelle ossa, parto da casa, macchina ghiacciata e rock sparato a palla, giusto per darmi la sveglia. Un’ora dopo sono già scarponi ai piedi con la frontale che illumina i sassi del sentiero; il cielo è terso mentre i miei passi tamburellano verso i piani d’Erna.
Alle 8:00 attraverso i piani imbiancati dalla neve fresca, uno spettacolo sempre bello col lago avvolto dalle sue velature di foschia. Messe le ghette inizio a correre lungo il sentiero 5; raggiungo il canale Bobbio, torno un attimo indietro e mi butto a capofitto su per il canale precedente. Si affonda, tra neve polverosa e sassi, ma salgo deciso, convinto che sia la via giusta: mi sbaglio!
Arrivo ad un primo bivio, dove arrivano anche i primi dubbi, ma il solco principale sembra quello di destra. Lo imbocco sprofondando nella neve fino a metà coscia, salgo faticosamente nel canale che si stringe sempre di più, tra pareti strapiombanti e lisce. La salita è fatta da brevi e semplici salti, ma poco dopo mi trovo sotto ad una cascata di ghiaccio di una decina di metri. Certo non mi aspettavo queste difficoltà, l’unica breve relazione che avevo trovato segnava un impegno ben lontano da questo. Ma qui sono e qui salgo.
Tirata fuori la seconda picca attacco la cascata, sugli 80 gradi, di ghiaccio ben compatto. Arrivo così a metà, dove riesco a fermarmi in una stretta nicchia fra la colata di ghiaccio e la parete rocciosa. Qui constato che la seconda parte è fatta da candelotti fragili, pendenza a 85 e l’incognito sopra. Sono solo e senza corda, così per evitare di rimanere bloccato decido di scendere.
Delicatamente ripercorro a ritroso la cascata, con il fiato sospeso. Quando tocco la base ho il cuore in gola, ma non ho nessuna intenzione di arrendermi, l’idea non mi sfiora nemmeno!
Saltellando giù per il canale, poco prima del bivio, seguo una stretta cengia e mi butto nell’altro ramo. Riprendo a salire quindi per neve dura, assestata da una slavina. Salgo bene, veloce, sicuro che questa volta sono sulla retta via: rampone, piccozza, rampone, piccozza.
Arrivo però ad un secondo bivio. Il ramo di sinistra è sbarrato da una parete di roccia, si vede, mentre il ramo di destra sembra continuare; seguo quindi quest’ultimo.
Mi pare di entrare in un tunnel, ancora una volta, con le pareti lisce chi si stringono alte attorno a me. Ma ecco che giungo ad una nuova barriera, questa volta consiste in una grotta rocciosa.
Provo ad entrare, convinto che difficilmente ci sia una via d’uscita, ma ecco che vedo che dall’alto entra un fascio di luce. Mi viene allora un’idea folle: provare a scalare internamente la grotta e poi sbucare dalla finestra naturale. Salgo verticale, trovando però scaglie buone. C’è un tratto un po’ strapiombante, faccio una spaccata, mi affaccio alla finestra e mi accorgo che dà sul vuoto. Sono fregato!
Di nuovo mi ritrovo a disarrampicare sul delicato, trattenendo il fiato. E di nuovo, una volta toccata terra, sento il cuore a mille. Ma arrendersi no, mai dopo tutti questi casini!
Riscendo quindi al secondo bivio e punto al ramo di sinistra, quello sbarrato dalla parete rocciosa. Mi trovo così ai piedi di una fessura, dove c’è anche un chiodo con fettuccia. Vedo che più in alto ce ne sono anche altri di chiodi, con cordini colorati.
Salgo la prima parte della fessura, faticosamente, coi ramponi che stridono sulla roccia. Estraggo una piccozza e la pianto nel ghiaccio che riempie una nicchia alla base di un colatoio, ma il mio equilibrio è precario. Mi scivola un piede. Cercando di non precipitale mi lascio andare lentamente verso il basso, frenandomi con una spalla nella fessura. Arrivo così a terra mentre la mia piccozza è lassù.
Decido allora di cambiare strategia e prendo ad arrampicare a destra della fessura; sono un po’ più esposto e sugli appigli trovo neve, ma gli appoggi sono migliori, anche se per le mani c’è poco. Salgo, mi sento al limite, ma ormai non posso più tornare indietro. Seguo le tacche ed entro nella parte sommitale del colatoio nevoso, alla base del quale c’è la mia piccozza.
Sbuffo come un matto, col cuore in gola, so esattamente quel che ho rischiato: ora non posso più scendere, non riuscirei senza ammazzarmi, posso solo continuare verso l’alto.
Estratta la seconda piccozza e legato lo zaino a un chiodo, discendo il ripido colatoio (70 gradi) fino all’altra picca, la recupero e torno su. Ora devo superare il camino finale, breve, liscio, stretto, chiuso da un maledetto masso incastrato.
Iniziano i mille tentativi, grattano i ramponi, scivolo, impreco. Ma nonostante gli sforzi non riesco a salire, mi trovo ancora alla base del camino e inizio ad aver paura: se non riesco ad uscire sono in trappola!
I pensieri mi turbinano nella testa. E’ qui che ci si chiede che diavolo faccio incastrato in un camino, a metà di una montagna di 1800m fatta mille volte, su una via che neppure so come si chiama. Cosa mi ha portato ad infilarmi qui?
Maledico la mia superbia, l’idea stramba per cui alla cima non rinuncio mai. Maledico l’acquolina che avevo il giorno prima, la voglia di scorazzare da solo per le mie montagne. Rimpiango una passeggiata in Duomo con la morosa.
Ma tutto questo non toglie il fatto che ora sono qui, incastrato in questo budello maledetto. Altre soluzioni non ce ne sono, l’unica è salire il camino!
Schiena da una parte e piedi dall’altra, tento il tutto per tutto, strisciando in opposizione su per le rocce. Le rughe su cui appoggiare le punte dei ramponi sono minuscole, le mani non trovano niente, ma salgo, coi muscoli tesi come il bastone di un arco.
Arrivo finalmente all’uscita, al masso incastrato, estraggo la piccozza e la pianto nella neve dura. Fatico però a saltare fuori, lo zaino è bloccato, il mio equilibrio è delicato, minimo. Strattono, muovo prudentemente un rampone millimetro dopo millimetro. Così, delicatamente, mi porto sullo scivolo nevoso, sono fuori!
Ho i muscoli gonfi mentre mi sento finalmente al sicuro coi piedi piantati nella neve. E’ incredibile come un pendio di 75 gradi di neve dura possa questa volta apparire come la fine dei miei guai.
Risalgo lo scivolo nevoso che lentamente si appoggia, fino a portarmi in una grande conca. L’adrenalina lascia ora spazio allo sfogo: sono ancora vivo!
Seguo adesso un largo canale dalla pendenza contenuta, raggiungo la cornice finale, la buco ed eccomi finalmente al sole. Vorrei buttarmi a terra, lasciandomi andare, ma non oso: ho paura di trovarmi paralizzato. Seguo invece come un automa la cresta, mi sembra di essere ubriaco, drogato, con la febbre a quaranta. Barcollo mentre pisto nella neve alta, un passo dopo l’altro, fino alla cima del pizzo Morterone al Resegone.
Qui finalmente mi siedo, bevo, mangio, chiamo la Cinzia. Devo dimostrare a me stesso di essere in salvo, devo capire che ce l’ho fatta, ho bisogno di esserne sicuro. Ci provo con l’aiuto di qualcuno. Forse dall’altra parte del telefono non si capisce (come si potrebbe?), ma da questa parte si capisce bene e glielo grido: “sono davvero vivo, capisci? Capisci? ce l’ho fatta!”; già ce l’ho fatta: sono ancora una volta in cima alla mia montagna.
mercoledì 28 gennaio 2015
L'uomo buono (il Duca)
Ieri ho conosciuto un uomo buono.
Vive nella sua casa di legno e pietra, accoglie chi passa.
Offre polenta, brasato e vino rosso. Tutto al giusto prezzo,
con un sorriso e un racconto per ciascuno.
L’uomo buono sa di fuoco, di legna e resina.
Ha una moglie:
la ama, ci litiga
e ci fa l’amore.
L’uomo buono conosce i detti popolari,
racconta storie perse nella notte
e nel tempo.
L’uomo buono conosce la sua terra.
Nella casa dell’uomo buono,
là sopra il muro, un grande crocifisso ti guarda.
E’ circondato da foto
dei nipoti, del cane, dei vecchi amici.
L’uomo buono beve grappa di mugo,
ha una vecchia chitarra
recita poesie. Nessuno l’ha visto,
ma lui lo sa: l’uomo buono sa piangere.
L’uomo buono scrive, l’uomo buono si sveglia presto
e sa guardare l’alba.
Fa colazione con formaggio, latte
e vino, versato dalla damigiana.
L’uomo buono non è migliore degli altri.
L’uomo buono sbaglia, l’uomo buono si arrabbia.
Io vorrei essere un uomo buono,
perché l’uomo buono è buono:
l’uomo buono è felice.
domenica 18 gennaio 2015
venerdì 28 novembre 2014
Diario Spedizione 2014 (il Duca) - RITORNO
Karkara, 05/08/2014 - giorno 13
Rieccomi a Karkara (versante Kirghizistan).
Ieri,
dopo una serie di voci, richieste e incomprensioni, abbiamo saputo che
stamattina sarebbe partito un elicottero e avrebbe avuto posto anche per noi.
Alle
5.00, essendo già sveglio, sono uscito dalla nostra tenda e sono
rimasto nel silenzio della neve fresca, ammirando le montagne. La giornata era
bella, senza vento.
Verso le
7.00 il capo del Campo Base ci fa cenno di preparare i nostri bagagli e di
portare tutto sul ghiacciaio perché l’elicottero sta arrivando. Poco dopo
infatti il velivolo ci rapisce senza darci neppure il tempo di salutare la
nostra montagna.
Ora siamo
qui, nella bellissima zona kirghiza della valle di Karkara, nell’attesa del
pulmino che ci poterà direttamente ad Almaty. Non siamo infatti riusciti ad
ottenere di rimanere qualche giorno qui a Karkara in attesa di anticipare il nostro
volo per l’Italia. Stasera saremo in hotel ad Almaty e speriamo di poter
spostare il volo il prima possibile.
Dall'elicottero è stato impressionante vedere l’immenso numero di montagne senza nome che costituiscono questa catena.
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Almaty, 06/08/2014 - giorno 14
Svegliarmi stamattina in un letto è stato qualcosa di incredibile, è come essere rinati. Per non parlare della ricca colazione, con musica classica di sottofondo, mille posate e sala elegante.
Siamo all’hotel Astra di Almaty dove siamo arrivati ieri sera con il gruppo di rumeni, i due lituani e due russi.
Il lungo viaggio, prima su un vecchio camion militare, poi su un comodo pulmino, è passato piacevolmente. Anche i tempi infiniti per il passaggio della frontiera, coi soliti riti burocratici, sono passati lisci.
Tenendomi in contatto con la Cinzia, lei e suo papà sono riusciti a spostarci il volo l’8 agosto.
Stamattina ho fatto con Claudio un giro per la città: Almaty è un posto un po’ scoppiato, ma ci ha sorpresi con dei parchi molto vivi, pieni di gente e giostre. E’ poi molto bella la cattedrale ortodossa.
Ora tanto relax in hotel e poi cena fuori.
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Almaty, 07/08/2014 - giorno 15
Ci sono situazioni in cui ci si dimentica dove si è e rimane solo la bellezza. Ieri sera la cena è stata così: seduti su un gradino a mangiare hamburger, mentre in mezzo alla strada due ragazze, con violino e violoncello, suonavano pezzi di musica classica. Intorno la gente in silenzio.
Oggi giornata di riposo totale, solo un giro in centro per comprare qualche regalo.
Siamo finalmente riusciti a stampare i nuovi biglietti dell'aereo, domattina quelli dell'agenzia ci verranno a prendere alle 2.30 per portarci all'aeroporto. Siamo pronti.
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Zelo B.P. 08/08/2014 - giorno 16
Pensavamo oggi sarebbe stata una giornata tranquilla.
Stamattina alle 2.30 è passato a prenderci lo stesso personaggio che ci aveva portati a Karkara la prima volta. Il nostro aereo doveva partire alle 5.30 e come previsto alle 3.00 eravamo in aeroporto. Con sorpresa abbiamo però trovato che l'aereo era in ritardo e sarebbe partito alle 9.10. Questo voleva dire perdere la coincidenza a Istanbul, cosa che ci ha fatto abbastanza incazzare!
Fortunatamente arrivati in Turchia abbiamo scoperto che anche il nostro volo per Milano era stato ritardato di un paio d'ore, siamo quindi riusciti a prenderlo per un pelo.
Fortunatamente arrivati in Turchia abbiamo scoperto che anche il nostro volo per Milano era stato ritardato di un paio d'ore, siamo quindi riusciti a prenderlo per un pelo.
Ora sono a casa mia a Zelo. Mi rimangono le foto da far vedere ad amici e parenti e il ricordo di un posto che rimane lontano, ma ben impresso nell'anima.
C'è chi si complimenta per l'avventura e la salita del Chapaeva e chi è rimasto deluso per la mancata conquista del Khan Tengri. E' difficile dire quel che è stato, di certo è stata una gran bella scalata, che le parole potranno al massimo cercare di spiegare.
lunedì 17 novembre 2014
Diario Spedizione 2014 (il Duca) - VETTA
Campo Base, 04/08/2014 - giorni 9; 10; 11; 12
Siamo tornati al Campo Base con in tasca la cima del Chapaeva.
Partiti il 1 agosto siamo saliti in una bella giornata a Campo1 dove abbiamo bivaccato. Nella notte ha nevicato parecchio, ma è passata tranquilla.
Il giorno dopo, smontata la tenda, siamo saliti a Campo2 con gli zaini pesantissimi. Nonostante il notevole carico sono salito molto meglio della prima volta: mi sentivo bene, forte e tutti i dubbi e i timori dei giorni precedenti sembravano svaniti davanti alla scalata della montagna. Bellezza.
Arrivati a Campo2, abbiamo potuto godere di questo posto in modo molto diverso da qualche giorno prima. Il sole infatti scaldava la cupola nevosa dove è posto il campo: le montagne tutte attorno si stendevano maestose come signore al teatro, mentre l'impressionante serpente del lungo ghiacciaio scorreva minaccioso ai piedi della montagna.
Nella conca tra il Campo2 e la cresta Chapaeva-Khan Tengri, abbiamo notato, come una carcassa a pancia in su, un elicottero militare precipitato*.
Scavata la piazzola e montata la nostra piccola tendina, ci siamo messi a sciogliere neve e a cucinare tea e zuppa, poi a nanna. La notte siamo stati investiti da una tremenda tempesta di vento che sembrava strappare la nostra tenda dalla neve a cui era ancorata; fortunatamente la tenda ha retto bene!
La mattina del 3 agosto esco dalla tenda ansioso di partire per la cima. Ho dormito bene, nonostante l'altezza (5500m) e la bufera. Fa freddo e il tempo non è bellissimo, il cielo è nuvoloso.
Mi metto a sciogliere neve per fare il tea e sveglio Claudio, che però non è riuscito a riposare. Il mio compagno di cordata mi dice che preferisce cercare di dormire un po'e mi lascia libertà di organizzarmi come credo. Per me non si può rimandare la scalata, quindi continuo coi preparativi.
Preparo il tea per me e per Claudio e continuo a sciogliere neve per le borracce di entrambi. Per fortuna Claudio nel frattempo riesce a riprendersi e decide di partire con me. Sistemati gli zaini andiamo.
Io parto carichissimo, con la voglia di scalare, di salire, di godermi la montagna. Salito il primo pendio che costeggia un enorme crepaccio con denti di ghiaccio, giungo in cresta.
Percorro la stretta crestina di neve fino ad un colletto dove inizio a risalire la costa sempre più pendente. Arrivato alla fine delle neve, raggiungo l'attacco della fascia di misto, dove partono le rocce.
Un polacco sta già salendo e fa partire un sasso, poi un'altra scarica e una pietra mi colpisce sul naso. Gli grido dietro! Quindi inizio a salire per la placca rocciosa e verticale.
L'arrampicata è molto fisica; superato un primo salto, giungo ad una sosta e prendo a salire per un ripido pendio di misto, neve e pietrisco.
Il polacco, appeso in sosta, mi lascia passare, ci salutiamo cortesemente.
Giungo ad una lingua di neve che seguo sempre più ripida, fino a passare in un colatoio di ghiaccio vivo dove la via piega a destra. Qui trovo del bellissimo misto, poi ancora roccia ed eccomi sull'ultima cupola di neve.
Giungo ad una lingua di neve che seguo sempre più ripida, fino a passare in un colatoio di ghiaccio vivo dove la via piega a destra. Qui trovo del bellissimo misto, poi ancora roccia ed eccomi sull'ultima cupola di neve.

Ora salgo faticosamente, affondando nella neve fresca. Mi fermo per il collegamento radio, poi traccio gli ultimi passi verso la cima. Un ultimo pendio ed eccomi sulla vetta del Chapaeva (6150m)!
La prima cosa che faccio è tirare fuori dalla tasca il piccolo rosario che mi ha dato mio padre da lasciare in cima e che mi ha accompagnato per tutta la spedizione. Ci faccio una foto insieme, poi mi siedo sullo zaino, proprio sulla vetta: sto alla grande!
Un'ora dopo, insieme alla cordata di austriaci, arriva anche Claudio a cui stringo la mano. Attorno a noi è tutto nuvoloso, solo a tratti escono nel loro splendore il Khan Tengri e le creste nevose.
Quando decidiamo di scendere lego all'ultima sosta (un metro sotto alla cima) il rosario di mio padre da lasciare lì.
Iniziando la lunga serie di doppie ci tuffiamo nelle nubi che diventano sempre più fitte. Quando arrivo a Campo2 sta nevicando intensamente.
Mi butto nella tenda sistemandomi al meglio e attendo il mio compagno di cordata.
Claudio ritarda e inizio a preoccuparmi, non vorrei fosse successo qualcosa al tendine. Finalmente invece lo vedo arrivare, pieno di neve e affondando fino a mezza coscia.
Da allora fino alla mattina dopo non usciremo più dalla tenda, se non per bisogni fisiologici e per spalare la neve che rischia di seppellire la tenda. Mangiucchiamo solo qualcosa e ci addormentiamo.
In realtà per me la notte passa malissimo, è infinita, mentre il nostro fiato si congela ricadendoci continuamente addosso sotto forma di goccioline ghiacciate.
La mattina del 4 agosto, appena sento che non nevica più e non tira più vento forte, esco fuori dalla tenda. Rimango lì, in mezzo al piccolo campo, immerso nella coltre bianca con le montagne attorno.
Fatto il solito tea e smontata la tenda, con i soliti enormi zaini scendiamo fino al Campo Base sotto una continua e fitta nevicata che riempie di neve ogni passaggio.
* Abbiamo poi scoperto che questo era uno dei due elicotteri che faceva la spola tra Karkara e il Campo Base. Il velivolo era precipitato due giorni prima del nostro arrivo in Kazakistan: era questo il motivo dell'irregolarità dei voli.
martedì 11 novembre 2014
Diario Spedizione 2014 (il Duca) - BASE
Campo Base, 31/07/2014 - giorno 8
Oggi giornata di riposo al Campo Base imbiancato dalla nevicata della notte. Il tempo come al solito è ballerino: ora c’è il sole, un attimo fa eravamo immersi nelle nubi. Si pensa e ci si rilassa ognuno per conto suo, io ne approfitto per raccontare cose finora non accennate in questo diario:
- Il capo del Campo Base, mr Mouhan, è una specie di uomo di Neanderthal che urla, sbraita e batte il bastone. Ma poi sa anche commuoversi facendo grandi discorsi sulla montagna e il suo lavoro.
- Oltre al capo, il personale del Campo Base è composto da: una giovanissima dottoressa (che però da qualche giorno è sparita, dopo una furiosa discussione col capo); un’interprete di origine russa (l’unica che sa l’inglese); una guida responsabile del soccorso (la cui faccia da alcolizzato è tutta una garanzia); la moglie della guida (che è anche l’amica di tanti altri); Sasha (che è un ragazzo ed è il bersaglio preferito dell’ira di Mouhan) e un giovane cuoco gobbo.
- Durante la scalata della montagna abbiamo una radio con cui connetterci col Campo Base a degli orari prestabiliti: 9.00, 12.00, 15.00, 18.00, 20.00.
Il problema sorge quando ci si trova in situazioni precarie, in parete, appesi, e bisogna a tutti i costi connettersi puntuali, altrimenti si viene sgridati.
- Oltre a noi, si appoggia al nostro campo base una cordata di rumeni con cui abbiamo fatto amicizia. Sono gente simpatica, anche se appaiono soprattutto come una brigata di cazzoni in vacanza. C’è poi un’International Team e una cordata di quattro austriaci con guida e portatore kazaki.
- Il primo giorno che siamo saliti a Campo1 abbiamo incrociato il grande Wielichi in ritirata da Campo3 per il brutto tempo. Ieri invece abbiamo incontrato uno dei polacchi che hanno tentato quest’inverno il Nanga Parbat.
- Altro personaggio con cui condividiamo il Campo Base è Sugis (da noi detto Sugo), che è il lituano che ha viaggiato con noi fin dal aeroporto. E’ qui solo con un altro connazionale, perché gli altri suoi amici sono rientrati in patria il giorno stesso in cui lui è arrivato. Sale e scende dai campi con la tranquillità di un nonno al parco e a vederlo non gli si darebbe un soldo. Il suo amico è invece il don Giovanni del Campo Base, sta nel tendone a bere tea e a divertirsi con la moglie della guida.
- Il tendone mensa, centro della vita del Campo Base, è un vecchio tendone militale pieno di buchi: se piove entra l’acqua, se nevica entra la neve e se c’è vento… entra il vento. In compenso brulica di topolini.
- A colazione ci rifilano sempre una zuppa di cereali lattiginosa, i kazaki la riempiono di zucchero: da oggi noi abbiamo iniziato a rifiutarla, fa davvero schifo!
L'elicottero militare che connette Karkara col Campo Base da un po' di giorni non si fa vedere. In teoria dovrebbe arrivare ogni tre o quattro giorni, ma non è così. Il personale del campo base non sa dirci nulla di più, se non azzardare date a caso. Noi, come le altre spedizioni, iniziamo a temere di perdere il volo aereo di ritorno, non potendo contare su date certe per rientrare a Karkara.
martedì 28 ottobre 2014
Diario Spedizione 2014 (il Duca) - CAMPI
Campo Base, 27/07/2014 - giorno 4
Finalmente oggi sono andato in montagna e mi sono sentito alla grande!
Siamo saliti a Campo1, nonostante il tempo non eccezionale, dove abbiamo montato la nostra tenda e lasciato viveri, gas, fornellino, pala e materassini.
Partiti dopo la colazione delle 8.00, abbiamo attraversato l'enorme ghiacciaio su cui si trova il nostro Campo Base. Nella prima parte alcune bandierine e ponticelli di legno ci hanno segnato la via, poi abbiamo vagato ad intuito per il gigantesco labirinto di ghiaccio e crepacci.
Raggiunto l'attacco della via, ramponi ai piedi abbiamo risalito la prima rampa di ghiaccio vivo; poi è giunto il pendio di neve più molle ma con una buona traccia. Mi sentivo bene, sono salito senza fiatone, agile.
Una corda fissa ci ha portati oltre la crepaccia da dove abbiamo poi iniziato il lungo traverso, fino a guadagnare la cresta. Quando a tratti il sole usciva fra le nubi faceva caldo.
Qui Claudio inizia a dirmi che il tendine da fastidio, iniziamo a temere che la tendinite di un mese prima stia per risaltare fuori.
Raggiunta la cresta nevosa, saliamo la serie di corde fisse fino ad un seracco, che superato ci porta al Campo1. Sostiamo un attimo soddisfatti, poi montiamo la nostra piccola tenda sulla costa di pietra a picco sulla seraccata.
Inizia a nevicare, facciamo veloci, quindi iniziamo a scendere.
In discesa il dolore di Claudio si accentua, quando arriviamo al Campo Base non abbiamo addosso la soddisfazione che ci saremmo aspettati ieri: il tendine ci preoccupa seriamente! Iniziamo a temere che il problema possa compromettere la spedizione.
Campo Base 28/07/2014 - giorno 5
Oggi giornata di riposo al Campo Base. Il tempo non è bello, anche se non ci sono state grandi precipitazioni.
Quello che però principalmente ci tiene fermi è il tendine di Claudio, temiamo che la salita al Khan Tengri possa essere compromessa. Potrei tentare da solo, ma senza le grotte di ghiaccio* a Campo2 e Campo3 sarebbe impossibile, non posso infatti pensare di spostare la tenda e il resto da solo.
Iniziamo a considerare molto più concreta la possibilità di limitare l'obbiettivo al Chapaeva Peak (anche se rimane il medesimo problema per attrezzare il Campo2).
Si sono pensate diverse opzioni per la salita, per permettermi di tentare la vetta; intanto attendiamo come evolve il tendine.
Se domani il tempo è buono salirò a Campo1 con l'idea di dormire lì, Claudio vedrà domattina: o viene su con me o salirà il giorno successivo quando io tenterò di andare a Campo2.
La cosa fondamentale è "conoscere e rispettare la montagna", questa è l'essenza dell'alpinismo.
*L'agenzia a cui ci siamo appoggiati ci aveva comunicato la possibilità di sfruttare delle grotte di ghiaccio a Campo2 e Campo3, che però una volta arrivati al Campo Base ci hanno detto non essere disponibili.
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Campo Base 30/07/2014 - giorni 6 e 7
Siamo tornati al campo base dopo due giorni passati sulla montagna.
Alla fine il 29 luglio, baciati da una giornata bellissima, siamo partiti insieme alla volta del Campo1. Saliti molto bene (nessun dolore al tendine) ci siamo goduti il primo campo alto che si è riempito di cordate e tende.
Affacciati sull'abisso di seracchi, con di fronte la Nord del Khan Tengri, fa un certo effetto vedere tutte queste tende montate in fila sulla costa rocciosa.
La notte ha nevicato abbondantemente.
Il giorno dopo la sveglia è suonata alle 5.15, abbiamo iniziato a sciogliere la neve per fare il tea, ma eravamo entrambi abbastanza rallentati. Dopo colazione Claudio si è rimesso a dormire, mentre io ho sfruttato l'aria fresca per riprendermi.
Alle 8.30 siamo partiti senza grossi pesi per il Campo2, l'idea era quella di fare acclimatamento.
La salita al secondo campo alto è molto bella, sempre sul filo di cresta e attrezzata con corde fisse. Si sale con pendenze sempre sostenute, le condizioni della via erano ottime.
Ci sentivamo bene e andavamo spediti, fino al tratto roccioso che abbiamo salito con buona disinvoltura (è il tratto più tecnico). Poi però, raggiunti i 5400m, dove inizia l'ultimo pendio prima del campo, abbiamo avuto una pesante ricaduta fisica: mi sentivo come spompo, senza più energia.
Ogni passo è infatti divenuto lento e faticosa; giunti al campo ci ha presi una fortissima sonnolenza.
Il Campo2 è posto su una cupola di neve dove le tende sono state protette con muretti di ghiaccio, che il vento ha però riempito di buchi: sembra siano stati presi a cannonate.
Rimasti al campo una ventina di minuti, abbiamo poi iniziato la logorante discesa lungo le corde fisse, fino al Campo Base.
sabato 25 ottobre 2014
Diario Spedizione 2014 (il Duca) - VIAGGIO
Istanbul, 24/07/2014 - giorno 1
Alle 14.30 è partito da Orio il nostro aereo per Istanbul, inizia questa spedizione per conquistare il Khan Tengri. Alle 17.45 (ora locale) siamo atterrati in Turchia e ora attendiamo il volo per Almaty. La grande preoccupazione per la preparazione dei bagagli mi ha lasciato addosso una grande stanchezza, alla fine con 31 kg a testa e un grosso bagaglio a mano siamo riusciti a partire senza problemi. Ora tante altre preoccupazioni mi riempiono la testa, siamo silenziosi, non c'è quell'euforia che ci si aspetta accompagnare la realizzazione di un sogno: questo vuol dire che sia io che Claudio, il mio compagno di spedizione, siamo ben coscienti di quel che andiamo a fare. Importante sarà succhiare fino al midollo quello che questa esperienza mi donerà.
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Siamo arrivati a Karkara, che come mi aspettavo è bellissima: prati e colline verdi macchiate da boschi di conifere.
L'uomo dell'agenzia a cui ci appoggiamo è venuto a prenderci all'aeroporto di Almaty dove siamo atterrati alle 4.30 (ora locale). Non è stato perso nessun bagaglio e questa è un'ottima cosa. Il nostro autista, un kazako di origine russa molto taciturno, ci ha portati ad un grosso supermercato dove abbiamo comprato biscotti, frutta sciroppata, Coca Cola, carne in scatola e altra roba da mangiucchiare. Poi siamo partiti su una jeep super carica. Con noi viaggiava anche un alpinista Lituano. Abbiamo attraversato territori incredibili: dalle grandi praterie con sfondo le montagne, ai grandi deserti. Gente con i carretti trainati da cavalli e automobili anni '60, poliziotti da corrompere ai posti di blocco e un guasto al motore ci hanno accompagnato in questo viaggio. Arrivati a Karkara abbiamo passato la giornata dormendo e rilassandoci in questa bellezza, mentre mandrie di cavalli pascolano attorno al campo.
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Campo Base, 26/07/2014 - giorno 3
Siamo al campo base del Khan Tengri, il nostro elicottero ci ha portati con un giorno di anticipo sotto alla nostra montagna. La partenza anticipata è dovuta al cattivo tempo previsto per i prossimi giorni, che avrebbe rischiato di bloccare i voli. Stiamo bene, nonostante lo sbalzo di 1800 metri. La giornata è molto bella e la nostra montagna risplende terribile ed enorme.
Qui al campo continuano a darci da mangiare e una giovanissima dottoressa ci ha misurato la pressione. Stasera decideremo cosa fare domani, l'idea sarebbe di salire a Campo 1 e iniziare a portare su un po' di materiale; rimane importante non saltare le tappe, molto dipenderà anche dal meteo (di cui per ora non hanno saputo fornirci le previsioni).
La via a vedersi appare molto impegnativa, sulle Alpi mi avrebbe esaltato: è molto logica, come piace a me, salendo lungo il bellissimo sperone nord. Qui però le incognite e i fattori sono tantissimi ed enormi, è tutto da vedere!
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