mercoledì 5 giugno 2019

Ghiaccio, Roccia, Mare (il Duca)

Procedo nel buio intenso, seguendo le ombre scure che appena si notano nella notte.
La neve è dura, gli scarponi scricchiolano ad ogni passo procedendo dietro all'intuito. Si percepisce lo spazio aperto della vallata, col leggero vento freddo che la percorre.
Arrivo al passo, mi fermo precipitando in un silenzio assoluto, dove persino i pensieri fanno fatica a sussurrare. Ed è qui, in questo immenso buio muto, che la luna irrompe con i suoi raggi argentati, sorgendo dalla punta del Mulhacen, rotonda come uno specchio. Quella luce pallida si allunga, conquista tutto, come uno spettro che scendendo dalla cima della montagna striscia in ogni piega del mondo.
Mi allungo anch'io, verso la mia parete che si innalza nella notte ancora intensa, la notte profonda del versante nord.
A raccogliere i riflessi della luna lì è solo il ghiaccio: colate gelide che incrostano i precipizi di roccia, con i loro speroni e colatoi verticali. Quel gelo sembra penetrare direttamente nelle mie ossa, quella parete sembra ora troppo spettrale per tentarla per davvero.
Eppure, con la paura che si insinua nel cuore, con il senso di impossibile che bussa nel cervello, non ci si ferma. E' strano, l'attrazione per quella parete non lascia facoltà di fermarsi, a volte ci si sente quasi condannati, a volte è solo così che si va avanti. Come quando si è innamorati.

Coi ramponi buco la cornice e inizio a calarmi, scendendo nel buio lungo i fianchi di neve dura. Le picche tengono bene, sono sul ripido eppure mi danno una sicurezza incredibile. Arrivo alla fine del pendio ed inizio a costeggiare la base della parete alla ricerca della sua verticale; ho in testa esattamente dove attaccare, adesso sento il mio passo sicuro e penso solo alla bellezza che mi aspetta, alla mia scalata.

Salgo, salgo sempre. Sono veloce, molto più di quanto riesca a rendermene conto. Supero diverse colate di ghiaccio vivo e senza fermarmi procedo verso l'alto. E' come se avessi addosso una fretta maledetta, la voglia di godermi tutto quello che la mia parete racchiude, senza perdere tempo.
Raggiunta la strozzatura, al posto di aggirarla sulla destra, la attacco direttamente, scalando un delicato passaggio di misto con roccia sporca di neve fresca.
Ora traccio nella povere fonda, in una grande conca all'ombra della vetta. Non punto alla spalla, a nessuna delle uscite laterali, ma ad una camino che mi sembra la giusta risposta a questa mia danza con la montagna. E' una ricerca intima, all'interno delle pieghe della parete, la ricerca di qualcosa che mi corrisponde.
All'attacco del camino trovo un chiodo, il segno che qualcuno da qui è già passato, lo prendo come una conferma. Salgo, la pietra intrappola un po' di sole, è la prima volta che oggi lo tocco. Afferro un ultimo pezzo di roccia ed ecco che mi ritrovo sulla cresta sommitale.
Non mi fermo, non ora, non ancora. Procedo lungo il bordo della parete in modo ancora frenetico, salgo attendendo quello che ad un certo punto trovo: il punto massimo della mia montagna, la cima. Ci sono!
Ecco, adesso sì che guardo l'orizzonte. Alzo lo sguardo in direzione opposta a quella da cui sono sbucato, dall'altra parte rispetto ai precipizi di roccia e ghiaccio, neve e ombra. E dall'altra parte c'è il miracolo di questa montagna: il blu del mare e i dolci profili delle sue spiagge. E' un miraggio, una visione commovente, o più semplicemente la bellezza di un respiro di sollievo.

mercoledì 10 aprile 2019

Nery Cresta Sud: prima invernale (il Duca)

La prima volta che gli abbiamo messo gli occhi addosso è stato in un caldo gennaio, durante una scalata invernale nel biellese. L'imponente piramide si innalzava davanti a noi, bella ed elegante, con le sue rocce nere miste alla neve bianchissima. Un uomo ce ne svelò il nome: “quello è il Mont Nery!”.
A fine inverno partimmo per salirlo, con un'idea alternativa; ma la mancanza del sentiero ci fece arenare nel bosco. Io non ci tornai più per diversi anni, mentre per Ale divenne una vera e propria ossessione. Lo tentò molte volte, dando sfogo alla sua fantasia, sempre alla ricerca di una soluzione originale per raggiungerne la cima.
Alla fine lo scalò dal canale nord-ovest, ma scendendo fu attratto da uno sperone logico e selvaggio che dalla cima precipita a sud verso il bivacco Cravetto.
Si informò e scoprì che si trattava della Cresta Sud, via dimenticata e quasi mai ripetuta: l'obbiettivo perfetto per le sue fantasie esplorative! Condivise la scoperta con Mario, che lo attendeva al bivacco, il quale me ne parlò entusiasta. Sapeva il potere seduttivo che una tale idea avrebbe esercitato su di me, e ci azzeccò!
Iniziammo a mettere a fuoco l'obbiettivo, studiando le foto fatte da Ale e quelle poche trovate in internet. A guardare bene più che una cresta la via percorre uno sperone vero e proprio, che parte verticale al centro della parete, per poi continuare con una serie di torrioni fino alla cresta sommitale. Alla fine ci esaltammo e rilanciammo ulteriormente: “proviamola, ma proviamola in pieno inverno!”.
Non c'erano testimonianze della Cresta Sud salita nella stagione più fredda, quindi, con tutta probabilità, la nostra sarebbe stata la prima invernale: la prospettiva era davvero ghiotta!
Mario si sfilò dall'idea, pur continuando a sostenerci. Io e Ale la inserimmo invece in cima alla nostra affollata lista dei sogni.

Gennaio, fa freddo e non nevica da un po': decidiamo che si può provare. Qualche giorno prima scaliamo la cresta di Canabà sul monte Cresto, per farci un'idea delle condizioni. Poi partiamo, seppure con qualche dubbio.
Si fa colazione scherzando al bar, circondati dagli sciatori diretti a Gressoney. Poi si abbandonano le terre degli uomini per salire verso il selvaggio regno del Nery. Superiamo i 1500 metri di dislivello per raggiungere il bivacco, trovando neve continua dai 1800m in su. Ma arrivati nei pressi del Cravetto scopriamo che il meritato riposo va ancora guadagnato: il bivacco è infatti completamente sommerso dalla neve, esclusa una piccola porzione di tetto (col pannello solare).
Iniziamo a scavare, prima per liberare la struttura principale, poi per entrare nella legnaia da dove azionare la bombola del gas.
Alla fine riusciamo a sistemarci bene nel bivacco, ma dobbiamo rinunciare al giro di perlustrazione sotto allo sperone. Poco male, una cena calda e lo scoppiettio della stufa ci fanno sentire bene come pascià.

Ci svegliamo che è buio pesto, prepariamo la colazione, siamo concentrati; abbiamo dormito bene e facciamo tutto con calma. Quando usciamo dal bivacco ci accoglie il freddo intenso dell'inverno, accentuato dal vento che seppur leggero è penetrante.
Il nostro sperone è già illuminato da un sole poco intenso che gli infonde la magia tipica dei sogni. Partiamo guardandolo, col rispetto riservato ad un incontro tanto atteso.
Facciamo un lungo traverso su neve buona, che si sposa perfettamente con i nostri ramponi. Si procede rapidamente senza perdere quota, sappiamo esattamente dove andare, anche se ogni nostro movimento è la ricerca di una conferma.
Aggirato lo spigolo dello sperone ci affacciamo sul suo versante est, dove troviamo un canale che si impenna incuneandosi fra le rocce. Avevamo intuito la sua presenza, ma solo ora abbiamo la sicurezza della sua esistenza. Lo risaliamo picche in mano, tracciando nella neve poco portante, fino a guadagnare una spalla dello sperone. Qui ci leghiamo; sotto di noi, nella valle innevata, inizia a stagliarsi l'ombra elegante della nostra cresta.
Procediamo in conserva protetta, prevalentemente su roccia. Sappiamo che dobbiamo seguire il filo dello sperone, ma la linea non è obbligata e si cerca sempre il passaggio migliore.
Iniziamo a fare qualche tiro, alternandoci in testa, viaggiando su terreno misto e vario, che però permette sempre di proteggere bene, soprattutto coi friend. Certo bisogna saper leggere la montagna ad ogni passo, ma proprio questo è il bello!
Sbuchiamo infine ad una selletta nevosa, sovrastata da una paretina verticale che al centro presenta una linea di neve dura, interrotta a metà. La superiamo con un bel tiro di corda, guadagnando la base di un torrione giallo che segna la fine della prima parte della via.

Ora bisogna trovare come superare il torrione giallo strapiombante, così da accedere al grande nevaio superiore. A destra la parete precipita rocciosa e perpendicolare per centinaia di metri. Proviamo allora a sinistra, disarrampicando su alcune placche rocciose sporche di neve, fino a raggiungere una cengia di crosta delicata che ci permette di arrivare al grande nevaio.
La scarna relazione che abbiamo con noi indica che ora dovremmo traversare a sinistra, per uscire sulla spalla della montagna. Ma senza neppure discuterne decidiamo di perseguire nella nostra idea: procedere su dritti, rimanendo il più fedeli possibili allo sperone. Così, con un paio di tiri, ci ritroviamo a pistare nella neve fonda verso la parte alta del Nery.
Siamo meno impegnati a cercare la via e ci guardiamo attorno, mentre risaliamo il ripido pendio. E' come se improvvisamente ci rendessimo conto dell'immensa bellezza in cui ci troviamo immersi, riuscendo a distaccarci dalla nostra scalata.
Arrivati ad una sella, doppiamo il filo della cresta e puntiamo ad un canalino che porta in alto verso il blu del cielo. Il canalino si incunea sui 60 gradi, di neve e ghiaccio buono; lo superiamo senza problemi, lavorando di ramponi e piccozze, e sbuchiamo così oltre la cornice. Ci accorgiamo però che la cima è tutt'altro che vicina.
Facciamo l'ennesimo tiro su neve sfondosa, un breve traverso su di una placchetta delicata e poi risaliamo un altro colatoio ghiacciato. Ormai attendiamo solo di poter finalmente scorgere la vetta e constatare che non c'è più nulla da salire.
Avanziamo in conserva lungo il fianco della cresta sommitale, tracciando nella neve alta, finché, con un ultimo faticoso passo, eccoci solcare l'antecima nord. Il vento ci graffia la faccia, la cima vera e propria è a pochi metri da noi, facciamo quasi fatica a credere che sia veramente lì.
Quegli ultimi passi sulla cresta nevosa, prima di toccare il punto più alto del Nery, sono carichi di un'intensità profonda. Ci sentiamo leggeri, investiti improvvisamente da una gioia incontenibile.
Arrivati in vetta ci abbracciamo emozionati, con l'aria gelida che danza insieme noi, portando con sé tutta la nostra felicità.

Fa freddo per stare troppo in cima, iniziamo così a scendere. Percorriamo la cresta Ovest che d'inverno non è banale e presenta enormi cornici, poi trotterellando per il pendio di neve rientriamo al bivacco.
Mentre le ombre della sera ci investono, poco prima di raggiungere la macchina, non troviamo molto da dire; l'avventura sta per finire, ma la magia di un sogno realizzato rimane come una luce profonda, un ardore di bellezza che ci sa accompagnare anche lontani dalle nostre montagne.

giovedì 28 marzo 2019

They Call Me the Breeze (Eric Clapton)

They call me the breeze,
I keep rolling down the road
They call me the breeze,
I keep blowing down the road
I ain't got me nobody,
I ain't carrying me no load

Ain't no change in the weather,
Ain't no change in me
Ain't no change in the weather,
Ain't no change in me

I ain't hidin' from nobody,
Ain't nobody hidin' from me

I got that green light, babe,
I got to keep moving on
I got that green light, babe,
I got to keep moving on
I might go out to California,
Might go to Georgia, I don't know

They call me the breeze,
'Cause I keep rolling down the road
They call me the breeze,
'Cause I keep rolling down the road
I ain't got me nobody,
I ain't carrying me no load.

giovedì 17 gennaio 2019

Il Manichino (il Duca)

Si fermò all'improvviso, arrestando il suo passo, e guardò dritto dentro alla vetrina.
Chi lo notò per caso, tra la gente che gli passava attorno, ebbe l'impressione di trovarsi difronte ad uno squilibrato (o a un qualche visionario) e tirò dritto come gli altri.
Lui vide il manichino dall'aspetto giovane e sensuale, seppure immobile e fasullo, e lo guardò con la stessa inquieta espressione con cui guardava le sue colleghe di lavoro.
Non sapeva che farsene di un manichino, non avrebbe mai pensato di comprarne uno, però in qualche modo quella persona finta lo affascinava, ma forse se ne rese conto veramente solo in quel momento.
Il manichino era una figura femminile, gambe lunghe e seno abbondante, il tutto contornato da un vestitino rosso che risaltava il bianco della plastica. Non aveva nemmeno la parrucca, ma due lunghe ciglia che le coronavano gli occhi spenti.
Rimase li a fissare dentro alla vetrina, assorto nella sua visione poco inusuale, che però quel giorno era riuscita a stupirlo. Rivangava nel cervello come alla ricerca di un qualche pensiero, una congettura che gli svelasse il significato di quel suo curioso interessamento.
Pensando perse il punto focale del manichino e come in un film gli occhi si assettarono sul vetro della vetrina, che come uno specchio rifletteva l'altro lato della strada.
Ora guardava l'immagine proiettata di un uomo che sedeva su di una panchina; forse era alla fermata di un autobus. L'uomo era vecchio, o così almeno appariva ad una prima occhiata, portava una giacca marrone forse un po' troppo oltre la sua taglia e la barba era malfatta. E poi indossava dei jeans che, non so perché, definirei trasandati.
Trasandato, ecco, questo era il tratto caratteristico dell'uomo seduto sulla panchina, era il tratto che lo distingueva nettamente dal manichino dall'altra parte del vetro.
Oltre al vetro una donna finta, perfettamente incarnante il suo status, il suo essere sociale; riflesso nel vetro invece un uomo trasandato, ombra specchiata di una persona che andrebbe ripulita e risistemata. Aiutata.
L'uomo sulla panchina attraversò la strada e si diresse verso quell'altro tizio incantato davanti alla vetrina:
“Non hai perso il vizio di scorgere Nietzsche in ogni dove?”
Lui si girò lentamente. Non scattò, ma caricò quel suo volteggio di tutta l'intensità di cui disponeva:
“Cosa sarebbe Nietzsche senza Platone...” fece fatica a completare la frase perché un groppo alla gola gli crebbe come un melone.
Faceva fatica a constatare quanto avesse perduto in tutto quel tempo, come era stato possibile. Allora sembravano immortali, eroi invincibili destinati a cambiare il mondo, ora erano riflessi trasandati in una vetrina, fissi a guardare un manichino.
Come era stato possibile? Eppure era accaduto.

Ora stavano seduti in un bar e ricordarono la frase detta un milione di anni fa, da uno di loro: “ogni vera ontologia scorre nella dialettica di un caffè”.
Sorrisero al ricordo di quella frase, uno dei due accennò perfino una mezza risata, ma risultava troppo falsa e forzata, così la strozzò in gola.
“Sai qual è la cosa peggiore amico mio?”
“Dimmi...”
“Constatare l'impossibilità dell'azione. Non che le condizioni non permettano di agire, perché se così fosse basterebbe attendere il giusto momento. Ma la cosa peggiore è l'impossibilità dell'azione dovuta alla mancanza di idee, del cosa-fare”.
“Per farmi capire meglio di cosa parli, dovresti dirmi di quale problema stiamo trattando...”
“Stiamo parlando DEL problema! Che fine hanno fatto i sogni, le speranze? Eravamo gli uomini che guardano oltre la grotta, gli spiriti liberi, che fine ha fatto il nostro esserci?”.
L'amico lo guardò con un'occhiata severa, un mezzo rimprovero:
“Mi tocca fare il realista amico mio: i sogni erano sogni e tutto il resto ragazzate, illusioni. Siamo atterrati nel mondo e contro di quello non si vince, al massimo ci si adegua...”
“E a te va bene così? Ti senti a posto?”
“Poco importa quello che va bene a me o no, che alternativa c'è, che possibilità abbiamo? Il mondo viene prima. La realtà. Noi dobbiamo avere a che fare con questa, non c'è altro substrato. O hai qualche altra idea, che sia un'idea possibile del fare?”
“Ecco, ci sei; questa è la cosa peggiore, la mancanza di altra possibilità. Possiamo solo constatare l'impossibilità dell'azione altra, l'impossibilità dovuta alla mancanza di idee: siamo troppo vecchi per sognare...”
“Ma troppo vivi per non essere insoddisfatti, non pensare che non ti capisca. E quando si è disillusi la speranza diventa malinconia e noi siamo a questo punto”.
Sorrisero entrambi, insieme, e questa volta il gesto era sincero, pulito.
Lentamente come un torrente fangoso la dialettica aveva ripreso a scorrere. Non che avrebbe portato da qualche parte, ma per un attimo era tornata a muoversi. Fu allora che pensarono che forse non è neppure la strada, ma il metro successivo che può dare una qualche speranza: l'unico punto di contatto tra volontà e potenza, come diceva quell'altro tizio che oggi non c'era.
Avevano finito di bere il loro caffè e si stavano per salutare, lo sapevano. La finestra vicina al loro tavolino dava sulla strada, dove sorgeva un negozio con una grande vetrina. Di fronte al negozio stava parcheggiato un furgone rosso con una scritta bianca, due operai stavano caricando sul mezzo un manichino, presto lo avrebbero sostituito ma ora non importava: la malinconica speranza, una volta su un milione, aveva vinto sull'impossibilità dell'impossibilità. Per oggi a loro bastava così.

mercoledì 24 ottobre 2018

Diario canadese: Wapta Icefield (il Duca)




Perché il Wapta Icefield? Perchè questo enorme mondo di ghiacciai orizzontali e aguzze punte di rocce gialle e nere?
La scelta è arrivata per far di necessità virtù: avevamo bisogno di un alloggio disponibile e il Bow hut è grande e le cime attorno numerose.
Partiamo in una delle giornate più dense di fumo, lasciando la macchina vicino al grande lago. Il sentiero è bello e comodo, accompagnato da un torrente burrascoso, gonfio di rapidi, stretto nelle alte gole rocciose. Superiamo il fiume passando su di un grosso masso incastrato nella parte alta di un kanyon e poi proseguiamo verso i ghiacciai. Il guado dei torrenti successivi crea qualche problema in più, in qualche caso bisogna togliersi gli scarponi e camminare nell'acqua fino a mezza coscia, un'acqua potente e gelida.
Ci sistemiamo nel bivacco, passiamo qui la notte, poi saliamo verso la coda del ghiacciaio puntando alla bella cuspide rocciosa del St. Nicholas peak. E' questo il nostro primo obbiettivo della giornata.
Legatici in due cordate (io con Greg, Ale con Andrea) saliamo facendo lo slalom tra i numerosi crepacci che segnano la tavolata di ghiaccio nero. Aggiriamo la strapiombante parete nord e ci troviamo su di un ghiacciaio ancora più pericoloso, dove i crepacci sono nascosti da precari ponti di neve sottile.
Giunti ai piedi della sella che separa il St. Nicholas peak dall'Olive peak, risaliamo i ripidi sfasciumi guadagnando la cresta. Qui dobbiamo far fronte alla testardaggine di Greg, che ci costringe ad un recupero in parete: è questa l’empirica lezione sul significato della parola “cazzata”, imparata con successo dal nostro amico polacco.
Fatta una corale risata, affrontiamo la sottile cresta, che in facile arrampicata ci porta sull'aguzza cima del St. Nicholas.
Spuntino col Jerk, le solite due chiacchiere e si riparte per la lunga cavalcata in cresta, con cui prima tocchiamo la cima dell’Olive Nord e poi la cima dell’Olive Sud.
Sotto di noi si stende l’enorme ghiacciaio piatto di Wapta, che come un’immensa pianura grigio-bianca brilla sotto al sole.
Tornati al bivacco passando per le colate di ghiaccio che precipitano ad est, ci concediamo una piacevole pausa. Ci si riposa e si spacca la legna; è l’ultimo atto alpinistico di questo viaggio che continuerà verso nord, nelle terre di Jasper. Mi guardo attorno: le cime, i ghiacciai, le morene. Il bosco più in basso e il torrente che scroscia; i volti dei miei amici. Perdo un attimo per osservarmi al centro di tutto questo: sono finalmente felice e sereno.

martedì 23 ottobre 2018

Diario canadese: gli alloggi (il Duca)



I punti focali della spedizione canadese sono stati gli alloggi, ognuno di loro ha segnato una storia e ha avuto la sua importanza. Dagli hotel di Calgary, al bivacco di Bow; dagli ostelli principali, ai wild hostels, fino ad arrivare al lodge di Radium, presto rinominato “la nostra casa”.
Ci sono ricordi mitici legati a queste sistemazioni. Come le notti festose a Banff, dove abbiamo rimpianto di non avere 20 anni. Oppure le serate al Mosquito, suonando la chitarra e bevendo vodka, mentre Greg correva nudo dalla sauna di pietra al torrente ghiacciato: freddo fuori, atmosfera da campo hippy dentro.
Ovviamente “la nostra casa” ha avuto un ruolo particolare. Qui abbiamo constatato che l'Assiniboine sarebbe stato irraggiungibile, qui abbiamo dovuto ridisegnare i nostri piani.
Così questo pezzettino di America, da semplice luogo di passaggio, è diventata la nostra base per le grandi decisioni. E la proprietaria, una grossa signora in stile redneck, ci ha lasciato libertà totale di movimento, affidandoci di fatto l'intero lodge di cui eravamo gli unici ospiti.
Quelle serate sono vicine alla leggenda, con le grandi grigliate di Prina sulla veranda, condite con litri di birra. La musica, il relax alla luce del tramonto, i mufloni che tiravano potenti cornate agli alberi da frutta. E poi le chiacchierate con il nostro Clint Eastwood, il marito della proprietaria, che col suo aspetto da film western passava a raccontarci le sue storie.
Anche il Bow hut ci ha regalato bei momenti, con il compleanno di Greg festeggiato con dei dolcetti pesanti come macigni e la pasta cucinata sul grande fornello. Il nostro basso profilo da clandestini, la legna tagliata al ritorno dalla cima, il silenzio riempito dallo scrosciare del torrente.
Ogni notte un letto diverso, ogni sera un posto nuovo, arrivando e ripartendo come cavalieri vagabondi, sempre da qualche parte a scrivere la nostra storia.

mercoledì 17 ottobre 2018

Diario canadese: Stanley peak (il Duca)



Il sogno si è infranto, la rabbia si mischia alla necessità di tessere nuovi piani. 
La zona dell’Assiniboine, la montagna che siamo venuti a scalare, è stata chiusa per gli incendi. Sembra che la coltre enorme di fuochi abbia come proprio centro proprio lei, la piramide bellissima dell’Assiniboine, che da sfida accattivante è diventato un sogno impossibile.
L’unica valle libera dagli incendi, nella regione dove ci troviamo, è quella dominata dallo Stanley Peak, una montagna che nessuno di noi ha mai sentito, ma che diventa il nostro nuovo obiettivo.
Lasciata la macchina lungo la strada, imbocchiamo la lunghissima valle immergendoci nella fitta foresta di aghifogli. Si cammina in piano cantando per tenere lontani gli orsi: qui gli avvicinamenti sono parte consistente dell’avventura. Arrivati al fronte della valle ci troviamo sotto alla bastionata della nostra montagna, che a balze si alza misteriosa e rigata da mille cascate.
Individuiamo la possibile linea nella parete, andando a cogliere una cengia che taglia nettamente gli strapiombi di roccia grigia. Si sale, si sale sempre sperando di trovare la giusta via. Sappiamo che dobbiamo andare a prendere e risalire la cresta nord, ma superata una balza ce n’è sempre un’altra dopo e non si capisce dove sia la cresta vera e propria.
Alla fine la scoviamo ed inizia l’arrampicata, sulla roccia più marcia che si possa immaginare. Le incertezze sono molte, numerosi i torrioni che superiamo uno ad uno, con l’augurio di poter scorgere finalmente la cima della montagna.
Dopo un ultimo salto precario, sbuchiamo ad un pianoro. Avevamo una labile speranza che la cima fosse qui, invece la vetta è ancora drammaticamente lontana. Dovremmo mollare, il buon senso direbbe così, invece la guardiamo e ne siamo sedotti. Discutiamo seduti davanti al colosso, all’ultima bellissima piramide che sorregge la cima. Il punto più critico sembra essere un’alta fascia verticale di roccia compatta, poco sotto alla vetta. Decidiamo di andare a vedere.
Altra arrampicata su roccia marcia, con quella voglia di farcela che sa darti forza anche dopo ore di fatiche e incertezze. I ghiacciai brillano bianchi, la parete nord precipita scintillante. Noi proviamo a trovare un passaggio strisciando su quei blocchi di roccia liscia, infilandoci nelle sue fessure verticali. Ci vorrebbe più tempo e più attrezzatura. Solo una possibilità rimane: provare ad esplorare il canalone che lontano, oltre una lunga cengia, potrebbe aprire la montagna verso il suo punto più alto.
Lo tento da solo, spinto da Ale, mentre gli altri si fermano lì per coprirmi la ritirata. E’ un sollievo sapere che sono lì ad aspettarmi, sento tutto il loro appoggio, siamo una squadra e vado in vetta per tutti. E’ una sensazione che al di là delle retoriche ho provato pochissime volte: una su tutte è questa!
Quando sbuco in cima, oltre la calotta nevosa, con ai piedi il ripidissimo sfasciume, sono felicissimo. Le gambe mi tremano, le Montagne Rocciose sono attorno a me, ce l’abbiamo fatta!

martedì 16 ottobre 2018

Diario canadese: l'acqua (il Duca)



Giro di messaggi prima della partenza, l’importanza di non dimenticare nulla, soprattutto l’essenziale: piccozze, corde, scarponi… il costume. Sembra una battuta, ma alla fine tutti e quattro ne abbiamo uno, ben nascosto tra il materiale da alpinismo: c’è voglia di vacanza.
E l’acqua e il bagno sono stati una costante, soprattutto per quel pazzo di Greg che senza esitazione si è buttato nei laghi più ghiacciati.
C’è come la voglia di lavare via qualcosa, di purificarsi, di lavare via la stanchezza e lo stress, le sensazioni più appiccicose e fastidiose. Il problema non è la fatica delle scalate, è un’altra stanchezza che si accumula nel cervello per tutto l’anno.
E quante sensazioni legate al rapporto battesimale con l’acqua: 
Nelle fonti termali a 2700m, pozze naturali d’acqua calda ai piedi dei nevai, ore di cammino lontane da qualsiasi segno umano. 
Nella piscina del primo hotel, prima di andare a saccheggiare il buffet, ridendo perché non è affatto alpinistico, ma proprio per questo è una figata. 
Nel laghetto sotto la cima del Temple, dove il bagno di Greg ed Ale è stata una scusa spettacolare, la sede ideale per riposarsi e chiacchierare serenamente. 
Alle terme di Radium, perché: “visto che il piano è saltato, tanto vale godersela un po’!”.

lunedì 15 ottobre 2018

Diario canadese: Mount Temple (il Duca)




Il Mount Temple è una montagna grandiosa e bellissima. Quando ho letto che la sua salita non presenta particolari difficoltà tecniche non ho avuto dubbi: sarebbe stata il nostro secondo obbiettivo, il giro di riscaldamento prima dell’Assiniboine.
Mentre la parete nord è un immenso muro di ghiaccio, sovrastato da un grande seracco pensile, il versante sud è costituito da diverse balze di roccia verticale, intervallate da larghe cenge ghiaiose.
La via da noi scelta percorre la cresta est, che è una delle grandi classiche delle montagne canadesi.
Partiti dall’azzurrissimo Lake Louise (affollato già di primo mattino) ci siamo immersi nel bosco iniziando il nostro lungo viaggio di avvicinamento. Prima caratteristica delle Montagne Rocciose è il fatto che il diritto a scalarle va davvero guadagnato, con marce infinite che consentono di coprire le decine di kilometri che ti separano dalla montagna vera e propria.
Eppure è proprio in questi avvicinamenti che ti si schiude la magica bellezza che si nasconde su queste montagne.
Usciti dal bosco abbiamo attraversato una valle verde smeraldo, dominata dalle pareti rocciose dei Ten Peaks e dalla mole del Mount Temple, che finalmente si è svelato in tutta la sua possanza. Superati una serie di laghetti, siamo saliti ad un passo dove ci siamo concessi un po’ di riposo prima di attaccare la cresta rocciosa.
Ci circondavano torrioni di roccia stratificati con diversi colori, mentre in lontananza si intravedevano grandi montagne innevate. I nostri volti erano tutti lì: Andrea, Greg, Ale, come improvvisamente buttati in una dimensione che solo qualche mese prima era solo un’idea abbozzata.
La cresta è stata una lunga e facile scalata. Poi la vetta e il vento del nord che ci ha reso felici: noi quattro lassù, ognuno con la sua storia, ma insieme nel cuore del Canada.

domenica 14 ottobre 2018

Diario canadese: la strada (il Duca)

Passaggio in macchina fino a San Donato, metropolitana fino a Milano Centrale, pullman per l’aeroporto di Orio al Serio. Bivacco. Volo per Kiev, aereo fino a Toronto; ritiro bagagli, alluvione della città, voli soppressi, ritardi. Aereo per Calgary, navetta per l’hotel, dove arrivo distrutto dopo 48 ore di viaggio. I miei amici dormono nella stanza, Ale mi dà il benvenuto mezzo addormentato: la squadra c’è, siamo arrivati tutti.
Una delle cose più impressionanti del nostro viaggio in Canada sono le strade, e non è una metafora. Strade lunghe, infinite, vuote, che tagliano immensi spazi di terre selvagge dove l’unica traccia umana è quella strada. Si viaggia per ore senza incontrare una sola casa, centinaia di kilometri di fitta foresta disabitata dall’uomo, attraversata da quella striscia di asfalto perfetto.
L’aria è ritmata dalla musica country che suona come la colonna sonora di un film, ma su quella macchina ci siamo davvero: quattro uomini alla ricerca di un sogno. Oltre la coltre dei boschi si nascondono le montagne, avvolte nei fumi degli incendi che stanno devastando la regione, le montagne che come un filo di Arianna ci hanno condotti fin qui. Noi viaggiamo lungo la strada, da un angolo all’altro delle Montagne Rocciose, raccogliendo i frammenti delle nostre anime che si annidano sulle cime del mondo.