mercoledì 6 giugno 2018

Better Days (Bruce Springsteen)

Well my soul checked out missing as I sat listening
To the hours and minutes tickin' away
Yeah just sittin' around waitin' for my life to begin
While it was all just slippin' away
I'm tired of waitin' for tomorrow to come
Or that train to come roarin' 'round the bend
I got a new suit of clothes a pretty red rose
And a woman I can call my friend
These are better days baby
Yeah there's better days shining through
These are better days baby
Better days with a girl like you

Well I took a piss at fortune's sweet kiss
It's like eatin' caviar and dirt
It's sad funny ending to find yourself pretending
A rich man in a poor man's shirt
Now my ass was draggin' when from a passin' gypsy wagon
Your heart like a diamond shone
Tonight I'm layin' in your arms carvin' lucky charms
Out of these hard luck bones

These are better days baby
These are better days it's true
These are better days
There's better days shining through

Now a life of leisure and a pirate's treasure
Don't make much for tragedy
But it's a sad man my friend who's livin' in his own skin
And can't stand the company
Every fool's got a reason for feelin' sorry for himself
And turning his heart to stone
Tonight this fool's halfway to heaven and just a mile outta hell
And I feel like I'm comin' home

These are better days baby
There's better days shining through
These are better days
Better days with a girl like you

These are better days baby
These are better days it's true
These are better days
Better days are shining through

venerdì 27 aprile 2018

Costruire un Sogno (il Duca)


Domenica mattina: sulla mia scrivania c'è il portatile aperto, attorno: foto, appunti, fogli e quaderni. Allungo lo sguardo soddisfatto, vorrei che quell'istante di pura e dolce illusione durasse in eterno.
A pranzo siamo attorno al tavolo, si chiacchiera mangiando formaggio e salame, accompagnati da vino e sidro di mele. Guardo i volti dei miei amici, uno ad uno. Ognuno ha le proprie storie scritte sulla pelle, ognuno è lì con la propria vita quotidiana incastrata fra le dita e l'insopprimibile capacità di sognare.
Sento che c'è qualcosa di speciale, una certa gratitudine mi inonda il cuore. Saremo capaci di coordinare i nostri sogni? Di seguire insieme quella vocazione che ci ha fatto accumulare esperienze? Quelle esperienze che troppo spesso diamo per scontate, ma che hanno qualcosa di straordinario, che ci hanno resi ciò che siamo.
Guardiamo insieme il piano per un sogno: si parla di giorni, di hotel, auto a noleggio, bivacchi. Si discute di aerei, si prendono appunti, si tratta di corde, mappe, permessi, piccozze.
Osservo ancora il volto dei miei amici, uno ad uno. Ci siamo divisi i compiti, la sensazione è quella di chi si sta avvicinando alla parete, la osserva sapendo che c'è ancora da faticare, ma già la sente vicina, ne percepisce lo spirito potente.
La scalata di un sogno a volte parte da lontanissimo, e oggi, nella bassa milanese avvolta dal brutto tempo, già ci stiamo avvicinando ad una montagna aguzza nel cuore del Canada. Il sogno è ancora fragile, bisognerà incaponirsi e non perdere la rotta per non lasciare che si infranga.
In alpinismo c'è un vantaggio fondamentale: l'irresistibile richiamo della meta. In questo richiamo si costruisce tutto, un pezzo per volta. E ora si tratta di seguirne ogni pezzo, uno ad uno, assaporandone ogni parte.

mercoledì 18 aprile 2018

La forza di un'attesa (il Duca)

Lei è la parete Fasana, enorme, selvaggia, sconosciuta.
S'innalza dal versante più nascosto delle Grigne e severa si affaccia sulla curva più a nord della Val Sassina, gettando la propria ombra su di un paesino dal nome affascinante: Primaluna.
Proprio da qui l'ho osservata la prima volta, prendendo un caffè ad un bar semivuoto, la mattina presto, attraverso una vetrata con la scritta blu. Proprio da qui ne sono stato rapito.
Come tante volte succede l'idea è arrivata da Ale. Gliene aveva parlato direttamente il Festorazzi durante una tappa al Brioschi, con quel bicchiere di rosso che sa sempre mescolarsi al sapore di nuovi sogni.
Si tratta della via Volpe Bianca, aperta nel 2008 quasi in segreto e poi fatta sparire da ogni documentazione, come fosse un mistero da custodire gelosamente.
Sono passati dieci anni, dieci anni in cui se ne è parlato spesso. Lei era lì, ma noi non eravamo pronti, o forse lei non era ancora disposta a lasciarci avvicinare.
La parete attacca bassa e poi si alza fino ai 2248m del Pizzo della Pieve, lasciando sempre dubbi sulle sue giuste condizioni. E' capace di mostrarsi imbiancata e gonfia di neve, con le valanghe che le tuonano mastodontiche lungo i fianchi; ma pochi giorni dopo puoi già trovarla spoglia e grigia, vera roccaforte di puro calcare.
La sua roccia è ruvida come la dolomia vergine, ma allo stesso tempo è fragile e insidiosa. Il suo ghiaccio è spaccoso, la sua neve soffice, gli infiniti canali e speroni la sorreggono come la colossale facciata di una cattedrale gotica, annerita dagli anni. Lei è bellissima e sublime.
Fa impressione, dopo tanti anni che se ne parla, partire davvero per realizzare un sogno, per scalare quella via. Improvvisamente ci si rende conto che lei è veramente lì, se ne riconosce il profilo osservato per anni in foto, se ne sente il profumo che si ha solo provato ad immaginare.
E a guardarla sbucare oltre le onde della neve, quella parete ci ha cacciato un brivido gelido su per la schiena. Il vento soffiava tagliente sulle nostre facce, mentre immobili stavamo a guardare quelle pieghe che da immaginazione diventavano reali.
E reale era il ghiaccio su cui picchiavano le nostre piccozze, la neve dove affondavamo con fatica; la roccia incrostata su cui cercavamo una soluzione, con la corda che scorreva nel moschettone del frend. La bellezza di sbucare sulla cresta sommitale, dove la neve danzava cullata dall'aria della cima, con le nubi bianche che impazzavano sul filo di cornici.
La gioia di quella bellezza è qualcosa di misterioso e commuovente. Con ai piedi la grande parete, con nel cuore l'attesa che si schiude, come un fiore paziente che finalmente può aprirsi sprigionando quello che ha coltivato per tanto tempo. La forza di un'attesa che si illumina vestita di pura felicità.

martedì 27 marzo 2018

Rocket Man (Elton John)

She packed my pags last night, pre-flight
Zero hour, nine AM
And I’m gonna be high
As a kite by then

I miss the earth so much I miss my wife
It’s lonely out in space
On such a timeless flight

And I think it’s gonna be a long, long time
Touch down brings me round again to find
I’m not the man they think I am at home, oh no no no
I’m a rocket man, rocket man, burning out his fuse up here alone

Mars ain’t the kind of place to raise your kid
In fact it’s cold as hell
And there’s no one there
To raise them if you did

And all this science I don’t understand
It’s just my job five days a week
A rocket man
A rocket man

And I think it’s gonna be a long, long time
Touch down brings me round again to find
I’m not the man they think I am at home, oh no no no
I’m a rocket man, rocket man, burning out his fuse up here alone

lunedì 5 febbraio 2018

Tomek, sognare più vero (il Duca)

Il Nanga Parbat, la montagna assassina.
Così recita il cartello che dalla strada invita i passanti ad ammirare il grande gigante del Kashmir, avvolto nella sua armatura di seracchi e rocce verticali.
La montagna appare cattiva, terribile e inaccessibile. Enorme.
Eppure alcuni uomini hanno dedicato un gran pezzo della propria esistenza a bramarla, a sognarla, ad adorarla. Bellezza ammaliante che richiede sacrifici e sforzi enormi. Fatiche immani, gelo, lacrime, perdite irrecuperabili.
Che cosa si nasconde lassù perché uomini le sacrifichino davvero la propria vita? Qual è il richiamo irresistibile che da quella vetta scende inondando il cuore? Che cosa canta la montagna dall'alto della sua indifferente eternità?
Follia? Desiderio? Di cosa?

Un pensiero mi martella nella testa, continuamente, fin da quando l'elicottero pakistano ha portato in salvo Elisabeth. Penso a Tomek lassù sulla montagna, cieco e infortunato nel crepaccio a 7300m, rannicchiato, solo.
Avrà sentito l'eco dell'elicottero avvicinarsi e poi allontanarsi dai fianchi del gigante? Quando si sarà rassegnato, accantonando ogni speranza di salvezza?
Penso all'alpinista polacco che per sette volte si è portato ai piedi del Nanga Parbat, in inverno, quando il freddo è insostenibile e le condizioni proibitive. Ha corteggiato quel colosso terrificante, luminoso, bellissimo.
Ha provato a scalarlo da ognuno dei suoi versanti, da diverse vie, con diversi compagni; sempre col suo stile.
In anni di alpinismo himalayano Tomek non ha mai affrontato un altro ottomila, non ha mai provato ad attaccare il Nanga in estate, per vedere com'era. Tomek era forse un pazzo, squinternato, equipaggiato ai minimi termini e senza un becco di quattrino, però aveva ben chiaro il suo sogno: si chiamava Nanga Parbat, in inverno.
Chissà nella profondità del suo cuore, conservato in un corpo che stava morendo congelato e disidratato, cosa provava Tomek. Chissà lì nel crepaccio, alla fine del suo cammino, cosa pensava Tomek che finalmente sul Nanga Parbat ci era stato per davvero, fino alla cima, in inverno.

C'è qualcosa di straordinario nella realizzazione di un sogno, di un sogno così grande che è terribile, che richiede sacrifici enormi e fatica e perdite irrecuperabili. C'è qualcosa di straordinario che fa commuovere perché non è un bel sogno, non è uno di questi sogni che ci hanno insegnato a sognare.
Si tratta di quello che Nietzsche chiamava sognare più vero. Si tratta di accettare il prezzo del proprio desiderio e affondare la propria vita nella durezza della terra, passo dopo passo, verso una bellezza enorme. Una bellezza immensamente più grande di noi che però sa chiamarci in modo inesorabile, intimamente, fino alla profondità del nostro essere.
Forse per un ideale così, che è molto più di un sogno, val la pena dare la vita: val la pena vivere, per davvero.

domenica 7 gennaio 2018

Ricordando il 2017


martedì 2 gennaio 2018

Tougher than the rest (Bruce Springsteen)

Well it’s Saturday night
you’re all dressed up in blue
I been watching you awhile
maybe you been watching me too
so somebody ran out
left somebody’s heart in a mess
well if you’re looking for love
honey I’m tougher than the rest

Some girls they want a handsome Dan
or some good-lookin’ Joe on their arm
some girls like a sweet-talkin’ Romeo
well ‘round here baby
I learned you get what you can get
so if you’re rough enough for love
honey I’m tougher than the rest

The road is dark
and it’s a thin thin line
but I want you to know
I’ll walk it for you any time
maybe your other boyfriends
couldn’t pass the test
well if you’re rough and ready for love
honey I’m tougher than the rest

Well it ain’t no secret
I’ve been around a time or two
well I don’t know baby
maybe you’ve been around too
well there’s another dance
all you gotta do is say yes
and if you’re rough and ready for love
honey I’m tougher than the rest
if you’re rough enough for love
baby I’m tougher than the rest

venerdì 24 novembre 2017

Rinascita (il Duca)

Sabato mattina; mi sveglio che il tempo è bello.
Da un po' non vado per un motivo o per l'altro, ma la voglia c'è. Salgo in macchina e parto per la montagna più vicina: il solito Resegone.
Parcheggio e imbocco il sentiero per i Piani d'Erna, poi mi porto verso nord e salgo a caso per il bosco, su terreno ghiacciato e neve fresca. Un ultimo canalone di rocce incrostate ed eccomi in cima al Pizzo Morterone, dove anni fa ero sbucato dopo una via impegnativa.
Ora sono tranquillo e al sole, col sentiero delle creste a tratti imbiancato e a tratti ancora estivo, circondato da erba e rocce candide.
Cammino senza fretta, godendomi il panorama che si innalza al di sopra della foschia che ricopre la pianura; la bellezza è tutta attorno a me, mentre io percorro i miei pensieri.
Supero alcune cime minori, su e giù. Ripasso il nome delle vette, delle vie, dei canaloni che salgono dal versante lecchese di questa piccola montagna, vero mondo complesso. I camosci corrono lungo i terreni più impervi, scappando all'ombra per poi fermarsi a guardarmi: sentinelle delle torri di calcare.
Supero la traccia del canale Bobbio, aggiro il Dente del Resegone e scendo alla bocchetta successiva. Mi avvicino, accelero un po' il passo e butto giù un occhio: giù per quel famoso budello. Un brivido mi percorre la schiena, un leggero sorriso mi solca il volto. Quanti ricordi.
Riguardo giù attentamente, scrutando quelle rocce grigie e umide alla ricerca delle sensazioni là perdute. Me lo dico ancora: “laggiù non ci tornerei mai più, ma ne è valsa la pena!”.
Quel canale è un viaggio, una salita a cui ho osato pensare per molto tempo, un po' titubante. Quel canale è un incubo e un sogno, una domanda e una risposta: un viaggio nel cuore della montagna con l'amico Ale.
Sale il budello tra placche e sottili goulotte di ghiaccio fragile. I pezzi di metallo della vecchia ferrata penzolano appesi e minacciosi, carichi di ruggine come brandelli di una civiltà ormai perduta, mangiata dalla parete selvaggia.
Poi i camini stretti, pareti lisce e vetrate segnate dai graffi bianchi dei ramponi. Lo stridore delle punte sulla roccia, le scintille e l'odore di zolfo che alimenta quella sensazione di essere davvero nel cuore dell'inferno.
Lo sforzo tremulo nel cercare di strisciare verso l'altro, con tutti i muscoli tesi e la percezione appiccicosa della precarietà. Il buio che sembra incupirsi sempre di più, mentre gocce di ghiaccio precipitano continuamente, tintinnando sul casco e sulla faccia. Il gelo che colpisce le ossa, ancora prima che la pelle, l'umido.
Infine l'ultima sosta, la neve che diventa più spessa, il rampone che finalmente tiene bene. Tornare al giorno, al sole che fa brillare il manto bianco della cresta e noi che felici ci sdraiamo alla luce, ormai fuori dalle difficoltà. E' qui che con un sorriso abbiamo riscoperto il contrasto tra il buio inquietante del canale e la luminosità della vetta: è stata la rinascita!

In questo tranquillo sabato sono ancora lì che scruto nostalgico quelle rocce grige e lugubri, e sorrido. Quanto è tutto più facile in alpinismo. Quanto è bello l'alpinismo dove si può lottare andando alla montagna e poi rinascere nella bellezza, ridendo e riscoprendosi felici. Quanto è bello l'alpinismo, per davvero!

sabato 11 novembre 2017

Il riposo (il Duca)

Riposo, quiete.
Il silenzio di un bivacco con l'amico. Fuori il vento soffia tremendo, facendo scricchiolare la struttura della nostra tana, dentro il fornellino fischia sotto al pentolino.
Fuori la notte buia, con le stelle fredde che macchiano il cielo in una volta, corona sopra alle cuspidi rocciose. Dentro due amici seduti su vecchi materassi, attorno al tavolo di legno ruvido. Sapori di cibi diversi, l'odore delle candele, la lieve luce della luna che si intrufola dal vetro sporco.
Domani si scalerà, ma la salita alla montagna parte da qui, da questa quiete, da questo riposo che mi fa star bene. Si chiacchiera tranquillamente, senza la fretta di dirsi qualcosa. Si sta insieme seduti calmi, come fosse casa nostra da sempre. E forse è così.

Quiete, beatitudine.
Il cuore che lentamente batte nel petto, la presenza dell'amico a qualche metro di distanza; eppure non ci si dice niente, non ce n'è bisogno.
Ognuno coi propri pensieri, ognuno con la propria beatitudine, ma si è una cordata anche qui, soprattutto adesso su questa cima. Sotto al sedere la roccia dura, il sedile più comodo al mondo. Attorno a noi la bellezza che si fa immensa a perdita d'occhio; ora che è nostra è così famigliare che appare ancora più bella.
Riguardo il profilo dello sperone appena scalato, quello spigolo frastagliato e sottile di roccia ruvida. Fino a poco tempo prima eravamo lì, mettendoci alla prova, danzando sulla verticalità della montagna, sentendoci liberi. Assaporando passaggio dopo passaggio quella libertà che ora trova compimento in questa quiete. Sono felice.

Beatitudine, compimento.
Il Perù è lontanissimo, ma ora che sono sdraiato in questa tenda non importa: sono a casa lo stesso.
Sono partito in piena notte verso l'ignoto e il buio non ha fatto che peggiorare la situazione. Quella montagna gigantesca che incombeva su di me, la fatica schiacciante dell'alta quota e l'immensità dei ghiacci andini. Tutto nella notte era ignoto e la speranza, il lavoro di mesi, lottava con l'imprevisto e la possibilità di fallire.
Ma ora la cima è qui, in questo cuore sdraiato nella tenda.
Il sacco a pelo aperto sul mio corpo, abbandonato sul materassino di gomma. Chiudo gli occhi respirando profondamente, fuori il silenzio amato e la percezione della montagna ormai conosciuta.
Il riposo, la quiete, la beatitudine: il compimento di un sogno.
Essere in pace con me stesso, è questa la più grande conquista che mi ha dato la montagna: la possibilità di chiudere gli occhi e avere un attimo di purissima serenità. E un grazie.

mercoledì 4 ottobre 2017

Maledetta Speranza (il Duca)

Chiuso qui, in questa stanza, con tutte le preoccupazioni che bussano nel cervello; con lo schifo di un'umanità che appassisce sempre di più. Non leggo libri di sociologia, ma guardo quello che tocco tutti i giorni: ragazzi vuoti, riempiti solo da droga e bugie. Speranze mai neppure nate, spiriti tumefatti in una libertà che è pura schiavitù, rinchiusi in una realtà che non è reale.
Non sono promesse tradite, solo miti dannosi. Non sono né ribelli né rivoluzionari, né schierati né fanatici. Non sono nulla, solo zombie che pensano di essere qualcuno, senza neppure crederci troppo.
Lo stato non esiste, è solo il paracadute del peggio: senza storia, né memoria, né prospettiva. Hanno ucciso il popolo in nome della libertà: il sistema ha vinto in modo assoluto, su tutto il fronte!
Cosa posso fare? Come posso muovermi?
Tutto è assorbito in quel pantano in cui nulla si muove; tutti sono convinti di correre, ma sono immobili, fermi come cadaveri. Se si muovono è perché affondando, schiacciati dal peso di cose, risposte imposte ad un bisogno che non è domanda, non è desiderio. E' solo il trucco del sistema per riempire il buco.
Che fare?
La tristezza è dipinta sul mio viso, il cuore è pesante, gonfio di questo nulla a cui non vuole arrendersi.
Perché non vuole arrendersi? Che cosa gli chiede di resistere? Che cazzo gli impone di resistere?!

La bellezza, la bellezza conosciuta. La bellezza che ho conosciuto. L'altra libertà, quella che si fonde con una realtà immensamente più grande di me: che apre al desiderio, non lo tappa.

Maledetta speranza, maledetta perché non ti permette di accontentarti di quello che scorre fra le dita. Lei vuole altro, lei non si abbandona alla disperazione di un desiderio troppo grande, lei spera ancora di poterlo perseguire. Come il piccolo uomo sulla grande parete, come la bellezza che ho avuto il privilegio di vivere. Di vivere veramente.