domenica 8 febbraio 2015

Quel maledetto canale (il Duca)



Avevo deciso di fare un giro veloce, avevo promesso alla morosa di essere a casa presto e così ho puntato al Resegone. L’idea era percorrere i canali Pesciola, due dei pochi canali della montagna che mi mancavano ancora: salire da uno e scendere dall’altro.
Alle 6.00, con quattro ore di sonno nelle ossa, parto da casa, macchina ghiacciata e rock sparato a palla, giusto per darmi la sveglia. Un’ora dopo sono già scarponi ai piedi con la frontale che illumina i sassi del sentiero; il cielo è terso mentre i miei passi tamburellano verso i piani d’Erna.
Alle 8:00 attraverso i piani imbiancati dalla neve fresca, uno spettacolo sempre bello col lago avvolto dalle sue velature di foschia. Messe le ghette inizio a correre lungo il sentiero 5; raggiungo il canale Bobbio, torno un attimo indietro e mi butto a capofitto su per il canale precedente. Si affonda, tra neve polverosa e sassi, ma salgo deciso, convinto che sia la via giusta: mi sbaglio!
Arrivo ad un primo bivio, dove arrivano anche i primi dubbi, ma il solco principale sembra quello di destra. Lo imbocco sprofondando nella neve fino a metà coscia, salgo faticosamente nel canale che si stringe sempre di più, tra pareti strapiombanti e lisce. La salita è fatta da brevi e semplici salti, ma poco dopo mi trovo sotto ad una cascata di ghiaccio di una decina di metri. Certo non mi aspettavo queste difficoltà, l’unica breve relazione che avevo trovato segnava un impegno ben lontano da questo. Ma qui sono e qui salgo. 
Tirata fuori la seconda picca attacco la cascata, sugli 80 gradi, di ghiaccio ben compatto. Arrivo così a metà, dove riesco a fermarmi in una stretta nicchia fra la colata di ghiaccio e la parete rocciosa. Qui constato che la seconda parte è fatta da candelotti fragili, pendenza a 85 e l’incognito sopra. Sono solo e senza corda, così per evitare di rimanere bloccato decido di scendere.
Delicatamente ripercorro a ritroso la cascata, con il fiato sospeso. Quando tocco la base ho il cuore in gola, ma non ho nessuna intenzione di arrendermi, l’idea non mi sfiora nemmeno!
Saltellando giù per il canale, poco prima del bivio, seguo una stretta cengia e mi butto nell’altro ramo. Riprendo a salire quindi per neve dura, assestata da una slavina. Salgo bene, veloce, sicuro che questa volta sono sulla retta via: rampone, piccozza, rampone, piccozza.
Arrivo però ad un secondo bivio. Il ramo di sinistra è sbarrato da una parete di roccia, si vede, mentre il ramo di destra sembra continuare; seguo quindi quest’ultimo.
Mi pare di entrare in un tunnel, ancora una volta, con le pareti lisce chi si stringono alte attorno a me. Ma ecco che giungo ad una nuova barriera, questa volta consiste in una grotta rocciosa.
Provo ad entrare, convinto che difficilmente ci sia una via d’uscita, ma ecco che vedo che dall’alto entra un fascio di luce. Mi viene allora un’idea folle: provare a scalare internamente la grotta e poi sbucare dalla finestra naturale. Salgo verticale, trovando però scaglie buone. C’è un tratto un po’ strapiombante, faccio una spaccata, mi affaccio alla finestra e mi accorgo che dà sul vuoto. Sono fregato!
Di nuovo mi ritrovo a disarrampicare sul delicato, trattenendo il fiato. E di nuovo, una volta toccata terra, sento il cuore a mille. Ma arrendersi no, mai dopo tutti questi casini!
Riscendo quindi al secondo bivio e punto al ramo di sinistra, quello sbarrato dalla parete rocciosa. Mi trovo così ai piedi di una fessura, dove c’è anche un chiodo con fettuccia. Vedo che più in alto ce ne sono anche altri di chiodi, con cordini colorati. 
Salgo la prima parte della fessura, faticosamente, coi ramponi che stridono sulla roccia. Estraggo una piccozza e la pianto nel ghiaccio che riempie una nicchia alla base di un colatoio, ma il mio equilibrio è precario. Mi scivola un piede. Cercando di non precipitale mi lascio andare lentamente verso il basso, frenandomi con una spalla nella fessura. Arrivo così a terra mentre la mia piccozza è lassù. 
Decido allora di cambiare strategia e prendo ad arrampicare a destra della fessura; sono un po’ più esposto e sugli appigli trovo neve, ma gli appoggi sono migliori, anche se per le mani c’è poco. Salgo, mi sento al limite, ma ormai non posso più tornare indietro. Seguo le tacche ed entro nella parte sommitale del colatoio nevoso, alla base del quale c’è la mia piccozza.
Sbuffo come un matto, col cuore in gola, so esattamente quel che ho rischiato: ora non posso più scendere, non riuscirei senza ammazzarmi, posso solo continuare verso l’alto.
Estratta la seconda piccozza e legato lo zaino a un chiodo, discendo il ripido colatoio (70 gradi) fino all’altra picca, la recupero e torno su. Ora devo superare il camino finale, breve, liscio, stretto, chiuso da un maledetto masso incastrato.
Iniziano i mille tentativi, grattano i ramponi, scivolo, impreco. Ma nonostante gli sforzi non riesco a salire, mi trovo ancora alla base del camino e inizio ad aver paura: se non riesco ad uscire sono in trappola!
I pensieri mi turbinano nella testa. E’ qui che ci si chiede che diavolo faccio incastrato in un camino, a metà di una montagna di 1800m fatta mille volte, su una via che neppure so come si chiama. Cosa mi ha portato ad infilarmi qui?
Maledico la mia superbia, l’idea stramba per cui alla cima non rinuncio mai. Maledico l’acquolina che avevo il giorno prima, la voglia di scorazzare da solo per le mie montagne. Rimpiango una passeggiata in Duomo con la morosa.
Ma tutto questo non toglie il fatto che ora sono qui, incastrato in questo budello maledetto. Altre soluzioni non ce ne sono, l’unica è salire il camino!
Schiena da una parte e piedi dall’altra, tento il tutto per tutto, strisciando in opposizione su per le rocce. Le rughe su cui appoggiare le punte dei ramponi sono minuscole, le mani non trovano niente, ma salgo, coi muscoli tesi come il bastone di un arco. 
Arrivo finalmente all’uscita, al masso incastrato, estraggo la piccozza e la pianto nella neve dura. Fatico però a saltare fuori, lo zaino è bloccato, il mio equilibrio è delicato, minimo. Strattono, muovo prudentemente un rampone millimetro dopo millimetro. Così, delicatamente, mi porto sullo scivolo nevoso, sono fuori! 
Ho i muscoli gonfi mentre mi sento finalmente al sicuro coi piedi piantati nella neve. E’ incredibile come un pendio di 75 gradi di neve dura possa questa volta apparire come la fine dei miei guai.
Risalgo lo scivolo nevoso che lentamente si appoggia, fino a portarmi in una grande conca. L’adrenalina lascia ora spazio allo sfogo: sono ancora vivo!
Seguo adesso un largo canale dalla pendenza contenuta, raggiungo la cornice finale, la buco ed eccomi finalmente al sole. Vorrei buttarmi a terra, lasciandomi andare, ma non oso: ho paura di trovarmi paralizzato. Seguo invece come un automa la cresta, mi sembra di essere ubriaco, drogato, con la febbre a quaranta. Barcollo mentre pisto nella neve alta, un passo dopo l’altro, fino alla cima del pizzo Morterone al Resegone. 
Qui finalmente mi siedo, bevo, mangio, chiamo la Cinzia. Devo dimostrare a me stesso di essere in salvo, devo capire che ce l’ho fatta, ho bisogno di esserne sicuro. Ci provo con l’aiuto di qualcuno. Forse dall’altra parte del telefono non si capisce (come si potrebbe?), ma da questa parte si capisce bene e glielo grido: “sono davvero vivo, capisci? Capisci? ce l’ho fatta!”; già ce l’ho fatta: sono ancora una volta in cima alla mia montagna.