martedì 26 gennaio 2016

Ladakh Expedition 2015


lunedì 18 gennaio 2016

High Hopes (Bruce Springsteen)



Monday morning runs to Sunday night
A scream slow me down before the new year dies
Well it won't take much to kill a loving smile
And every mother with a baby crying in her arms, singing
Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
I got high hopes
Got high hopes
I got high hopes

Coming from the city, coming from the wild
I see a breathless army breaking like a cloud
They're gonna smother love, they're gonna shoot your hopes
Before the meek inherit they'll learn to hate themselves
Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
I got high hopes
I got high hopes
I got high hopes

Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
Got high hopes
I got high hopes
Got high hopes

Tell me someone now, what's the price
I wanna buy some time and maybe live my life
I wanna have a wife, I wanna have some kids
I wanna look in their eyes and know they'll stand a chance

Give me help, give me strength
Give a soul a night of fearless sleep
Give me love, give me peace
Don't you know these days you pay for everything
Got high hopes
Got high hopes
I got high hopes
Got high hopes

Got high hopes
I got high hopes
I got high hopes
I got high hopes

venerdì 8 gennaio 2016

Ricordando il 2015


mercoledì 25 novembre 2015

25 Novembre 2012 - Canale Foglia (il Duca)


Riporto la relazione della nuova via aperta da me e da Ale esattamente tre anni fa sulla parete Est del Pizzo della Forcola. La via è stata da noi valutata AD, ma con neve più abbondante le difficoltà potrebbero diminuire. E' probabilmente anche l'unica via che sale questa parete.

PREMESSA: Il Pizzo della Forcola è una montagna assai poco frequentata in una valle bellissima e poco battuta. L'idea di salire questo canale è nata ad Ale alcuni anni fa, osservando le bellissime stratificazioni rocciose della parete est e scorgendo la logicità di questa linea. Cercando sia in internet che (soprattutto) sulla GMI Mesolcina-Spluga di Gogna, da nessuna parte risulta una relazione di questa salita, quindi la nostra potrebbe anche essere una prima. Certamente questo canale (da noi battezzato Canale Foglia) merita di essere un classico delle valli sconosciute.

RELAZIONE: Lasciata l'auto a Voga (SO), presso il piccolo parcheggio in prossimità di un tornante, sfruttando le numerose scorciatoie saliamo in direzione dell'Alpe Dardano, dove termina la strada sterrata. 
Proseguiamo per il bel sentiero che velocemente raggiunge l'Alpe Buglio, quindi in falsopiano per un bellissimo lariceto ci inoltriamo nella valle per raggiungere, sul lato opposto, il bivacco Forcola, posto alla base dell'omonimo pizzo. 
Da qui, risalendo i pendii soprastanti e spostandoci leggermente verso destra, puntiamo alla base del canale (che dal rifugio appare come una rampa obliqua) e per pascoli e detriti appena innevati, raggiungiamo il cono di valanga ai piedi dell'intaglio. Poco sopra, finalmente attacchiamo il canale. 
La prima parte è costituita da un profondo solco roccioso, all'interno del quale abbiamo trovato ghiaccio vivo, quasi una cascata anche se non molto pendente (45°). A metà di questo solco, di circa 100m, si trova il tratto più delicato della via: un salto di una decina di metri (60°) costituito da placche di roccia coperte da un sottile strato di ghiaccio (comunque ben piccozzabile). 
Usciti dal solco, il canale si allarga mantenendo però sempre una linea evidente. Si continua a salire su pendenza pressoché costante, salvo in una strettoia dove l'inclinazione e il ghiaccio aumentano costituendo un passaggio un po' più tecnico. 
Il canale termina ad una selletta; da qui si risale di qualche metro la cresta a sud giungendo in vetta alla montagna (ometto). 

In discesa abbiamo percorso la cresta ovest che costituisce la via normale del Pizzo della Forcola. Il percorso è evidente anche se non segnato (se non per la presenza di un chiodo); siamo così scesi disarrampicando su salti di roccia mai difficili (max II) ma esposti. Individuato il primo canalino di neve percorribile, abbiamo lasciato la cresta scendendo nel vallone nord da cui abbiamo raggiunto il passo della Forcola. Per nevai e traccia di sentiero siamo quindi ritornati all'Alpe Buglio, e da qui alla macchina.











giovedì 22 ottobre 2015

L'incantesimo della montagna (il Duca)

Raggiungiamo il colle e ci fermiamo: sotto di noi si stende come un mare calmo il ghiacciaio, mentre dinnanzi si alza grandiosa la parete nord del Lyskamm.
Guardando a ovest è ancora notte fonda, il cielo è nero, buio, delicatamente puntellato da milioni di stelle. A est una sottile linea di fuoco segna il confine delle montagne.
Ci sediamo nella neve circondati da un silenzio immenso, che ci ingloba totalmente. Sembriamo pellegrini entrati nel gigantesco regno della pace, in una tranquillità gelida, terribilmente assoluta.
Fa freddo, molto freddo, noi aspettiamo. Attendiamo che la prima luce del giorno illumini la nostra via, che ci sveli le rocce incrostate di ghiaccio che ora appena si intravedono sotto alla luna. Lallo si sfila gli scarponi e si mette un secondo paio di calzettoni; attendiamo e allo stesso momento fremiamo per iniziare la nostra scalata. Per lanciarci verso la vetta.
Intanto però siamo qua, fermi e in silenzio nel buio-argento dell’immensità. C’è tutta la potenza e la malinconia della montagna in questo momento, c’è tutto il suo assolutamente-immobile. C’è una bellezza assoluta, qualcosa che incute devoto timore.
Siamo in giro già da qualche ora: abbiamo girovagato a lungo per il labirinto di crepacci fino al colle del Lys, quindi abbiamo attraversato la valle sotto al Corno Nero, alla Parrot, alla Ghifetti. Ora inizia la parte più delicata ed esposta, più tecnica. Sappiamo che appena oltre il Rosa precipita in una parete immensa e vertiginosa, sappiamo bene che danzeremo sul suo filo sottile. Il nostro obbiettivo è il punto più alto di questo grandioso regno di ghiaccio e roccia… ma ora siamo qua, come prigionieri di un incantesimo di assoluta bellezza.

Qualche minuto dopo il giorno ci ha riconsegnati all’azione, ma quella magia ha lasciato una traccia in noi. Quando ripenso a quell’attesa sul ghiacciaio riscopro un’appartenenza indistruttibile, a cui devo ritornare, di cui non posso fare a meno. E poi viene un pensiero: se Chi governa quel regno, Chi l’ha dipinto con un colpo di pennello, è lo stesso che ha buttato anche me in questo mondo… allora la speranza è grande.

Essere alpinisti è la nostra grazia, bisogna ringraziare ogni giorno!

mercoledì 21 ottobre 2015

High Hopes (Pink Floyd)

Beyond the horizon of the place we lived when we were young
In a world of magnets and miracles
Our thoughts strayed constantly and without boundary
The ringing of the division bell had begun

Along the long road and on down the causeway
Do they still meet there by the Cut

There was a ragged band that followed in our footsteps
Running before time took our dreams away
Leaving the myriad small creatures trying to tie us to the ground
To a life consumed by slow decay

The grass was greener
The light was brighter
With friends surrounded
The nights of wonder

Looking beyond the embers of bridges glowing behind us
To a glimpse of how green it was on the other side
Steps taken forwards but sleepwalking back again
Dragged by the force of some inner tide

At a higher altitude with flag unfurled
We reached the dizzy heights of that dreamed of world

Encumbered forever by desire and ambition
There's a hunger still unsatisfied
Our weary eyes still stray to the horizon
Though down this road we've been so many times

The grass was greener
The light was brighter
The taste was sweeter
The nights of wonder
With friends surrounded
The dawn mist glowing
The water flowing
The endless river

martedì 22 settembre 2015

La bellezza dell'amicizia (il Duca)

Riprendendo in mano il mio diario, posso constatare che quest’anno ne ho combinate un bel po’. Dalle invernali nelle Orobie, alle aiguilles del Bianco; dalle dolomiti estive, all’Himalaya indiano; dai 4000 del Rosa, alle creste selvagge dello Spluga. Passando per il biellese, l’Engadina, il Grossglockner…
In questa serata un po’ malinconica posso essere soddisfatto del mio andare; e con un pizzico di orgoglio, posso alzare il mio bicchiere brindando a tutte quante le mie cime.
Tra tutte le salite ce n’è però una su cui cade in particolare la mia attenzione. Non è certamente la più impegnativa, né la più epica, però ha un profumo particolare. Una bellezza “diversa”.
Vado a prendere le foto e me le riguardo con attenzione. Quelle immagini assumono un sapore più intenso, come se tornassero in vita, mischiandosi alla poesia della grappa.
Sono immagini che parlano di una montagna bianca, sorretta da rocce scure. Ai suoi piedi si stende la valle verde, come il tappeto magico di una fiaba. Il torrente scorre limpido, mi pare di percepirne lo scrosciare, mentre grandi vacche dal pelo lungo pascolano libere.
Sembra quasi di rivederli, cinque amici fuori dal bivacco rosso che chiacchierano, scherzano, attendono la loro scalata. Due si allontanano per raccogliere l’acqua che sgorga dal ghiacciaio, gli altri si mettono poi a preparare la cena.
Si fanno grandi discussioni e stupide battute, mentre le candele danzano sul tavolo di legno e le voci si perdono nella notte stellata.
Il giorno seguente le due cordate scalano lo spigolo nord della cima di Piazzi e arrivati in vetta si raccolgono per una preghiera. Il vento soffia, intorno c’è una bellezza che commuove. Ore dopo gli amici sono seduti alla festa della malga, con il formaggio e la polenta che si sposano con vino e grappa.
Già, gli amici. Ecco cos’è quel sapore particolare: l’amicizia coronata dalla bellezza della montagna. Quell’amicizia che spesso si nasconde nell’ambizione della cima, che rimane in ombra nella foga del salire, del “fare” la montagna.
Da tanto tempo, da troppo, non mi fermavo a respirare quel clima, quella bellezza totale; non solo nella scalata, ma nello stare insieme. Quella volta si è acceso qualcosa che mi pareva di aver perso; o meglio, in quei giorni quel qualcosa ha brillato in modo più intenso. Ed è stato bellissimo.
Ripenso a quella scalata con un po’ di malinconia, forse con un po’ di timore.
Timore che quello che ho vissuto in quei giorni possa venire nuovamente sommerso, possa venire nascosto da qualcosa di più “importante”, di più “impellente”. Timore che l’alpinismo possa mangiarsi via tutto, nonostante sia stato l’alpinismo stesso ad averlo creato.
Perché non c’è amicizia più grande che scalare insieme le montagne, ma non c’è accecamento più grande della foga del fare (forse me ne sto rendendo conto solo ora).

venerdì 28 agosto 2015

Stok Kangri, la cima donata (il Duca)

E’ strano ripensare a come fosse notte. Tornando con la memoria a quel momento ricordo la luce. E non quella fioca della frontale che illuminava i miei passi, ma quella potente della luna che nel cielo brillava come un faro d’argento.
Quei momenti rimangono profondi nel mio cuore, carichi di una commozione enorme che diventa impossibile riportare in parole. Ricordo quando, alzando lo sguardo dalla cresta nevosa, ho scorto la cornice sommitale della mia cima. Compiuti gli ultimi passi, finalmente ho raggiunto le bandierine della vetta, le quali, a differenza che nelle foto visionate cento volte, erano quasi totalmente sepolte dalla neve.
Ho stretto la mano a Stanzin, poi ci siamo abbracciati. Lui esultava come un matto e quando gli ho detto che erano solo le 4:50 ha iniziato a ringraziare gli dei, gridando al record. Ma ciò che lo rendeva ancora più orgoglioso era il fatto che da una settimana nessuno era ancora riuscito a raggiungere la cima, nonostante i numerosi tentativi delle molte spedizioni.
Mentre lui faceva foto e urlava festoso, io mi sono raccolto in me stesso. Il cielo nero veniva continuamente rigato dalle stelle cadenti, mentre le montagne del Ladakh si stendevano attorno a me. Una grandissima gioia mi ha colto, costringendomi a guardarmi indietro:
“Che ci faccio qui, in mezzo all’Asia, sulla cima di una montagna di oltre 6000 metri? Come ci sono arrivato?”
Così ho ripensato a tutte le difficoltà e le incertezze dei giorni precedenti: la pioggia che continuava a cadere ed io incazzato, affacciato alla finestra a Leh. I fiumi gonfi e i cavalli che non riuscivano a passare. Le voci che raccontavano di quantità spaventose di neve.
Ho ripensato a tutta l’organizzazione, a come era stata brava la Cinzia a mettere giù tutto bene, dandomi la possibilità di arrivare in vetta. Ho ripensato agli allenamenti, alle spese, al lungo viaggio.
Ma il viaggio non era partito da così vicino, tutto aveva preso piede molto più in là.
Mi è allora venuta in mente la prima volta che ho fatto la Grignetta, quando avevo 4 anni, con mio papà. Poi le cime più alte, il primo ghiacciaio a 11 anni per arrivare in cima all’Adamello. Ho ripensato alle scorazzate con Ciccio e poi con Lucia, alle scalate solitarie, a quelle con Mario, Lallo, Prina, Ale. Alla spedizione in Kazakhistan con Claudio e a quella sul Rwenzori con la banda del Gus.
Ho ricordato le mie valli, la val di Rhemes, la valle del Tonolini. La conca dei Giganti, con le grandi cime orobiche che si specchiano nel lago di Coca.
Ho ringraziato; perché l’uomo può metterci la buona volontà, ma poi ci si rende conto che certe cose non ce le si guadagna da soli, in nessun modo.
Ero commosso su quella cima, proprio così. Con questa consapevolezza ben impressa nel cuore; mentre con lo zaino incrostato di ghiaccio osservavo l’alba spaccare l’orizzonte, con l’Himalaya e il mio sogno tutto attorno a me. 

venerdì 24 luglio 2015

lunedì 22 giugno 2015

Via del Dubbio, un anno dopo (il Duca)

E' passato un anno esatto dal tentativo sulla via del Dubbio, dove abbiamo rischiato grosso. Riporto il racconto pubblicato allora sul blog dei Mountain Explorers.

UNA VIA, UNA VALANGA E LA BELLEZZA DELLA MONTAGNA

Le gambe sono prese da una strana frenesia, mentre con le mani semi congelate percorro la cengia rocciosa. Sento Ale che mi chiama, mi fermo strofinandomi le dita e guardo in basso: lo stretto colatoio di misto è irriconoscibile, sfigurato dalla grande valanga che mi ha appena graziato.

Siamo partiti alle 23.30 da casa, da Milano, con una decisione presa all’ultimo momento. L’obiettivo era una vecchia storia, la via del Dubbio, una via sconosciuta sul versante est del Tambò, una via non estrema, ma affascinate e selvaggia.
Abbiamo calzato gli scarponi al buio, poi i primi bagliori rossi hanno iniziato a tingere il cielo timidamente, sbucando da dietro i torrioni del Suretta. Superata la crepaccia terminale abbiamo risalito il pendio di neve dura, buona, fino alla bastionata rocciosa. Qui per placche e speroni siamo saliti facilmente, imboccando poi il canale finale.
Piccozze e ramponi entrano alla perfezione, Ale è sullo sperone roccioso, mentre io giungo ad una strettoia verticale che per rocce rotte risalgo fino all’ultima placca: in piedi, in bilico su una lama di ghiaccio, cerco di conficcare le picche nella neve inconsistente sopra alla placca. Mi muovo precariamente quando sento Ale urlare: “Attento Ste!”.
L’urlo continua, sento un boato tremendo avvicinarsi. Mollate le picche nello zoccolo di neve sopra di me, mi metto rasente la placca, stando il più possibile sotto al casco. Intorno a me scoppia il finimondo: neve fradicia e sassi mi piovono tutti attorno investendomi sullo zaino e la testa. Diventa tutto buio, sento massi enormi saltarmi mandando in frantumi la massa di neve che mi protegge, le mie piccozze vengono spazzate via. Cerco di non farmi sbilanciare, non penso a niente, cerco di rimanere in equilibrio.
Pian piano la furia della valanga diminuisce, un’ultima vomitata di neve e poi basta; incredulo inizio a muovermi seguendo lentamente la cengia che mi porta sullo sperone a destra del colatoio.

Quando Ale mi raggiunge non crede ai suoi occhi nel trovarmi ancora vivo.

Eppure anche nella tragedia scampata la montagna nasconde una bellezza inaspettata: la bellezza della sua selvaggia grandezza. La bellezza di una natura che compie il suo corso, che semplicemente è. Una bellezza in cui noi possiamo inoltrarci, senza poterla mai veramente dominare. E così, davanti all’esaltazione delle nostre scalate, ci accorgiamo che anche la nostra vita à nelle mani di qualcos'Altro, a cui possiamo semplicemente dire grazie.